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Diario di viaggio di GiapponeMilano

Ciao a tutti! Sono Rachele di Giappone Milano, il sito in cui raccogliamo e recensiamo negozi, ristoranti, corsi, eventi e qualsiasi altra attività giapponese di Milano. Oggi vi racconto come è nata la mia “storia d’amore a distanza” col Giappone e come un viaggio a Tokyo abbia cambiato le mie prospettive.

 

Prepare for Landing

Diversamente da moltissime persone, che imparano ad amare il Giappone tramite manga e anime, il mio rapporto con il Giappone è nato quasi per caso. Indecisa su una meta per un viaggio in Asia, il mio compagno Ivan mi disse, quasi per scherzo: “se vai in Giappone, vengo con te” … Ovviamente accettai e, nonostante non sapessi quasi nulla di questo paese, a distanza di pochi mesi avevamo prenotato volo e hotel ed eravamo pronti ad atterrare nel Paese del Sol Levante.

Possiamo dire che il nostro primo impatto col Giappone è stato allo stesso tempo veritiero e stereotipato; la rapidità degli impiegati aeroportuali, la facilità nel procurarci una sim dati nonostante la barriera linguistica, la pulizia e lo spazio sul Narita Express… E, poco dopo, il mondo di luci al neon di Shinjuku, il caos controllato, lo scontro/incontro con la moltitudine di completi grigi da ufficio e i primi esaltati approcci con il washlet.

Asakusa, Tokyo

Ci è voluto qualche giorno per abituarci a tutto questo bagliore e poter iniziare a scorgere quei piccoli dettagli contraddittori della vita della città, che, come note leggermente fuori sincrono di una sinfonia, anziché renderla stonata, la rendono ancora più affascinante.

 

City Pop

Nei nostri primi giorni ci concentriamo sulle attività più “pop” della città; i neon di Shinjuku la sera, lo shopping sfrenato a Shibuya di giorno, le lucine natalizie, i colori pastello di Harajuku.

Passiamo anche per Omotesando; lusso, palazzi eleganti, negozi all’ultimo grido… Abbagliati, ci perdiamo e ci ritroviamo in un groviglio di viuzze contornate da graziose villette a due piani, ciascuna con un suo stile peculiare. Il buio è quasi totale e il silenzio è surreale, paragonato a quanto visto finora.

Risbuchiamo ad Harajuku, un affascinante paradiso arcobaleno di abiti, accessori e stramberie, dove persino il cibo ha colori kawaii. Ci colpisce molto, ma non troviamo la forza dirompente della controcultura che ci saremmo aspettati. Takeshita Street è diventata forse troppo turistica per mantenere il ruolo di crogiolo delle controculture nipponiche?

Passiamo a Shibuya; fra una foto di rito con Hachiko e un difficoltoso attraversamento dell’incrocio più famoso del mondo, troviamo anche il tempo di addentrarci nella zona dei love hotel. Quale sarà il motivo dell’esistenza di questi prefabbricati rifugi per amanti, in una città che offre infinite possibilità come Tokyo?

In questi primi giorni capiamo che basta scostarsi un poco dalle strade principali per scovare una nuova anima della città, che, come una caleidoscopica compilation city pop, mastica tutti gli stili che incontra e li trasforma in nuove domande e ispirazioni.

 

Stoicismo, maltempo e rivelazioni

I nostri giorni passano fra soba in brodo bollente, spuntini improbabili acquistati ai konbini, cene in ristoranti di tempura, tanti succulenti tonkatsu e continue scoperte. Il vento gelido di gennaio ci sferza il viso, ma abbiamo la fortuna di trovare sempre bel tempo.

Tranne il giorno in cui avevamo prenotato la visita al Palazzo Imperiale, del quale serbiamo purtroppo pochissimi ricordi. La pioggia era torrenziale, tanto che siamo arrivati a destinazione già bagnati fradici. Il maltempo non solo non sembrava voler cessare, ma addirittura andava crescendo. Eravamo convinti che la visita guidata sarebbe stata sospesa, o quanto meno rimandata a un altro giorno; e invece no. Non importa il vento, la pioggia o la tempesta, questa visita è stata programmata e quindi si fa. Ore interminabili sotto una pioggia torrenziale. A nulla servono ombrelli e k-way.

Lo stoicismo e la forza di volontà giapponesi mi affascinano molto, ma devo ammettere che, tornando a casa, con le scarpe allagate e la giacca così zuppa da essermi bagnata persino il maglione, ho iniziato a realizzare che non sempre è tutto oro quello che luccica. Non che questo abbia intaccato il mio amore per il Paese, ma è stato un momento di concretezza che mi ha aiutato a scostare un po’ il velo che portavo sugli occhi e guardare con maggiore oggettività, anche se sempre con la stessa curiosità.

 

Pillola rossa o Pillola Blu: Odaiba

Quasi a metà del nostro viaggio, decidiamo di dedicare una giornata a svago disimpegnato e relax. Prendiamo la splendida monorotaia che collega Odaiba a Tokyo; il panorama urbano, i grattacieli, gli edifici moderni che lasciano il posto a sprazzi di mare e alla maestosa vista del Rainbow Bridge. Appena scesi, ci troviamo un po’ spaesati dall’assenza pressoché totale di persone, ma, d’altra parte è un giorno feriale di gennaio. Fa un po’ quell’impressione delle località di mare in inverno; i negozi vuoti, il rumore del mare senza il vociare delle persone, attrazioni turistiche svuotate di senso. Un paradiso per chi, come noi, non ama le folle, ma un paradiso che rivela qualcosa di finto, quasi posticcio.

Al mattino sfuggiamo al freddo rinchiudendoci dentro Joypolis, il parco divertimenti al coperto della Sega. L’atmosfera è retro-futuristica e ce la spassiamo discretamente fra simulatori di auto, montagne russe, e-sport, realtà virtuale e aumentata. Qui dentro nulla è naturale, ma tutto è divertimento. Persino la pipì. Sì, avete capito bene. Nel bagno dei maschietti, infatti, direzionando il getto al centro del target si fa salire una sbarra, con l’obiettivo di portarla al massimo.

Statua della libertà di Odaiba

Nel pomeriggio passeggiamo godendoci il sole invernale e ci imbattiamo nella famosa Statua della Libertà di Tokyo. Che ovviamente non è quella vera, ma una replica che il governo giapponese ha creato come omaggio all’amicizia fra Giappone e Francia. Perché mai creare qualcosa dal nulla, quando esiste già qualcosa di magnifico che si può replicare? D’altra parte, qui vicino c’è anche il Miraikan, il museo nazionale della scienza, le cui attrazioni più note sono androidi e robot che imitano l’umano.

Gundam ad Odaiba, Tokyo

Ci sembra che il tema del simulacro della vita percorra un po’ tutta la zona. A Odaiba nulla è spontaneo; tutto è artificiale, tutto imita. Dal centro commerciale Venus Fort, dove puoi far finta di passeggiare in una cittadina italiana, ai robot con volti umani con cui chiacchierare del Miraikan, fino allo stranissimo modo di omaggiare l’alterità, imitandola con un la riproduzione di una statua. E all’interno di questo paradiso artificiale la finzione incontra la fantasia e si cala imponente nella realtà. Il Gundam gigante di Diver city rende tangibili eroi e i sogni infantili e poi, la sera, le luci della città ci risvegliano e la magia della realtà ci riporta a sé, tramite quella via luminescente che è il Rainbow Bridge.

 

J-english

Le ridotte possibilità fonetiche dei sillabari giapponesi fanno sì che sia molto difficile per i nipponici pronunciare i suoni di altre lingue e si ingegnino quindi per pronunciarle con i relativamente pochi strumenti che la lingua giapponese mette loro a disposizione. Per quanto la trovi di una tenerezza disarmante, ho l’impressione che questa particolarità metta i giapponesi un po’ a disagio.

Una sera, persi nel vecchio mercato ittico di Tsukiji, proviamo a chiedere indicazioni per un ristorante a un gruppo di ragazze allegre e vivaci, che, pensavamo, sarebbero state a proprio agio nel risponderci. Errore da principianti. La ragazza corre terrorizzata a nascondersi dietro le altre, che incrociano severamente gli avambracci di fronte al volto, come a dire “non parliamo inglese”.

Dopo questo episodio le nostre conversazioni con i giapponesi si sono svolte principalmente a gesti, corredati da una marea di goffi inchini. E devo dire che ce la siamo cavata anche alla grande.

Un giorno, però, mentre studio la cartina della zona, un anziano mi si avvicina e mi chiede in inglese cristallino se mi serva aiuto per capire la mappa. Io, colta di sorpresa, farfuglio qualche ringraziamento mentre ragiono sul fatto che gli anziani giapponesi non hanno paura di parlare inglese. E lo abbiamo constatato anche in altre occasioni.

Quella volta, ad esempio, in cui decidiamo di prendere l’ultimo tram esistente a Tokyo e degli anziani ci vengono spontaneamente in soccorso, vedendoci in difficoltà con l’acquisto del biglietto. E, oltre ad aiutarci, questi signori iniziano anche a fare conversazione con noi… In inglese!

Mi chiedo quante insicurezze covi la generazione Y giapponese, se gli anziani hanno più coraggio, apertura e curiosità nei confronti dello straniero rispetto a loro.

Mi chiedo anche perché una società che, con la sua assenza di indirizzi e di menù in inglese, sembra così ostentatamente non voler comunicare, alla fine trova sempre il modo per farlo. Mappe a ogni angolo della città, riproduzione dei cibi in cera, un magistrale utilizzo della gestualità o qualche vecchietto coraggioso arrivano sempre in soccorso degli stranieri a Tokyo.

 

Electric Dreams

Akihabara la conoscete tutti; la Electric Town di Tokyo, piena di negozi dedicati a computer, videogames, manga, anime e tutto ciò che vi ruota attorno. Un mix di viali e stradine secondarie luminescenti per le luci al neon che, insieme ai grovigli di cavi elettrici, creano un’irresistibile atmosfera in stile Blade Runner.

Akihabara, Tokyo

Una delle esperienze che si possono fare in questa zona è quella del maid cafè. Al tempo in Occidente, o forse nella mia testa, non c’era ancora chiarezza totale su cosa fossero questi luoghi e pensare di pagare a tempo per stare in un bar pieno di ragazze pagate per essere gentili mi ha fatto tentennare un po’, ma alla fine mi sono decisa ad entrare e non perdermi quest’esperienza un po’ surreale.

Capite le tariffe, veniamo condotti all’interno del locale, arredato su toni pastello, con pupazzi e addobbi così kawaii da risultare quasi puerili. Le cameriere, premurose e gentilissime, indossano una divisa da cameriera molto carina, con le gambe coperte da spessi calzettoni, hanno tutte voci sottili, sorrisi costanti sui volti e modi infantili. Lo stesso vale per il menù che ci viene proposto; cibi e drink hanno colori e forme che richiamano animaletti, delicatezza e il mondo dei menù per bambini.

Solo che di bambini qui dentro non ce ne sono. Pensavo che questi luoghi fossero frequentati solamente da turisti ed effettivamente a una prima occhiata mi sembra che questo sia il segmento di pubblico maggiormente presente. Ma, a poco a poco, iniziamo a notare anche alcuni avventori giapponesi, con tutta l’aria di essere clienti regolari.

Si tratta perlopiù di uomini soli, dall’aspetto di impiegati non particolarmente fortunati, che sorseggiano un drink godendosi qualche ora di spensierate attenzioni. Osservare queste scene mi ha fatto ragionare su una società che, fra orari di lavoro improbabili e ansie sociali, rende molto difficile la creazione legami, affetti o amicizie. Mi chiedo: la società giapponese robotizza l’umano all’interno di regole e ritmi così serrati che qualcuno è disposto a pagare per un surrogato di affetto e contatto umano?

Eppure, poco distante da lì, sorge il sexy shop più grande del Giappone, M’s Pop Life di ben 7 piani, il che ti fa supporre che forse i giapponesi non abbiano poi particolari problemi a relazionarsi… Entriamo ovviamente anche qui. I gadget erotici si mischiano con quelli più divertenti e gli abitini sexy fanno posto anche a normali costumi da Cosplay. Alcuni brand utilizzano personaggi dei manga come testimonial, come i condom di Hokuto no Ken.

Notiamo anche alcuni articoli di cui fino ad allora avevamo solo sentito parlare: mutandine usate. Perché comprarle? Forsesi le acquistano persone che non hanno occasione di reperire intimo femminile usato in altro modo? Forse la mancanza di contatto umano su cui ragionavo prima, in questa città è una realtà effettiva.

Un’idea di cui resto persuasa, ovviamente, solo per poche ore; mi basta cenare in un’izakaya nei vicoli di Shinjuku per convincermi, fra chiasso, risate, sbronze, profumi di cibo alla buona e odore di esseri umani, che forse i giapponesi possono essere molto più socievoli di quanto pensi.

 

Scontri e incontri

Come avrete capito, uno degli aspetti che mi appassiona di più del Giappone sono le sue continue dicotomie culturali. Quel mix di sacro e profano, di tradizione e innovazione che in qualche modo convivono in questo Paese, riassumendo e rispecchiando una società in cui ampiezza e ristrettezza di vedute si sfiorano spesso, fin quasi a mescolarsi.

Durante il nostro viaggio, avremmo tanto voluto assistere a un evento in uno stadio giapponese. In quel periodo si svolgevano il campionato di Sumo e un importante show annuale della New Japan Pro-Wrestling, ossia la lega nazionale di Puroresu. Il Puroresu, qualora ve lo domandaste, è il wrestling, la lotta libera, giapponese; una forma di sport-entertainment in cui il Giappone è una vera e propria eccellenza, insieme a Stati Uniti e Messico.

Eravamo onestamente molto combattuti fra le due opzioni e, data la difficoltà nell’acquistare i biglietti dall’Italia, decidemmo di recarci agli stadi durante la vacanza e vedere in loco se fosse rimasto qualche posto libero. Ovviamente non ce n’erano, ma comunque non ci siamo fatti mancare i pellegrinaggi ai due stadi e questo ci ha dato modo di scoprire due zone forse meno note della città.

Ryōgoku, con il Museo Edo-Tokyo e club sportivi, negozietti di ninnoli e abiti oversize, trattorie un po’ vetuste ma molto caratteristiche da una parte. Dall’altra, Tokyo Dome City; sfavillante per le mille lucine natalizie, con il suo roboante rollercoaster, il ristorante di Bubba Gump, il sushi sul trenino e una mega statua di Ultraman. E questi due quadranti della città non potrebbero che rispecchiare in tutto e per tutto i due sport in questione.

Il Sumo, lo sport nazionale del Giappone, una lotta sacra che affonda le sue storie nella preghiera e nello shintoismo. Ogni aspetto di questo sport è rituale o ritualizzato, anche solo abbigliamento e capigliature hanno storie, simbolismi e significati tradizionali.

E poi il Puroresu, in cui persino il nome è mutuato da parole estere (Pure Wrestling) e in cui non c’è nulla di religioso o rituale. Una forma di sport entertainment in cui la vittoria è decisa a tavolino, come una soap opera al maschile, in cui buoni e cattivi combattono seguendo un copione il cui unico scopo è intrattenere il pubblico. Scenette bizzarre, costumi variopinti, faide teatrali, personaggi stravaganti e, soprattutto, gruppi di fan agguerriti (e agguerrite) che si fanno in quattro per accaparrarsi il pezzo migliore al banco del merchandising: nulla di più lontano da una lotta religiosa e austera come il sumo.

Due realtà parallele, che, anche se sembrerebbe matematicamente impossibile, coesistono e si incontrano, nel Paese del Sol Levante.

 

Let me go back to that bar in Tokyo

È chiaro a questo punto che potrei andare avanti a parlare di Tokyo per pagine e pagine e descrivervi quartieri, sapori e immagini che mi sono rimaste nel cuore. Immagini che, però, sono già state descritte, sicuramente meglio di quanto potrei fare io, da altre penne.

Mi fermo qui quindi, avendo raccontato quelle esperienze singolari che vi posso raccontare dal mio unico punto di vista, nella speranza di portare alla luce tutte quelle questioni, a volte positive e a volte negative, che fanno sì che io continui a indagare ed amare il Giappone ogni giorno, con i suoi pregi e i suoi difetti.

Ogni singolo giorno, letteralmente; perché posso dire che questo viaggio a Tokyo ha cambiato la mia quotidianità. Da quando siamo tornati, a causa di impegni lavorativi e vicende personali, non siamo più riusciti a tornare in Giappone, anche se lo avremmo tanto voluto.

Il Giappone ci ha colpito così tanto che abbiamo continuato ad approfondirne la conoscenza. Pian piano quell’innamoramento un po’ cieco, tipico delle prime scoperte, ha lasciato spazio all’amore vero; quell’affetto profondo di quando comprendi sempre meglio una cultura, ne carpisci anche gli aspetti negativi, quelli contraddittori, ed altri che magari ti danno persino un po’ fastidio. Eppure, continui ad amarla e a cercare di renderla parte e di te.

È così che è nato il nostro sito, Giappone Milano; da questa storia d’amore a distanza. Amando il Giappone, ma non potendolo vedere, abbiamo cercato in tutti i modi di circondarcene anche qui, nella città che ci ha adottati e che è diventata la nostra casa. Non potremo mai vivere in Giappone, questo l’abbiamo capito quasi subito, ma nulla ci impedisce di renderlo parte della nostra vita e condividere le nostre scoperte con tutti gli appassionati che, come noi, cercano un angolino di questo splendido Paese senza uscire da Milano.

Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^