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Diario di viaggio in Giappone di Vittorio Rota

Un anno in Giappone di Vittorio Rota

26 Giugno 2019, ore 10:30. La mattinata è molto calda e limpida, non c’è una nuvola nel cielo. Apro gli occhi, appannati per le poche ore di sonno dei giorni precedenti e mi affaccio al finestrino dell’aereo.

Al termine di una schiera interminabile di case, strade e palazzi, scorgo una montagna grigia, molto lontana ma ben visibile: è il monte Fuji. Non capita spesso di vederlo da così lontano, solitamente è coperto dalle nuvole. Ma oggi il cielo è totalmente azzurro e non c’è alcuna macchia bianca a colorarlo. È in questo preciso momento che capisco che finalmente sono arrivato.

 

Finalmente sto per realizzare il mio sogno: vivere in Giappone!

Diario di viaggio in Giappone di Vittorio Rota: Asakusa

Si spengono i motori, esco dall’aereo. La prima cosa che vedo è la scritta “Aeroporto di Narita”: qui scatto la mia seconda foto giapponese, perché la prima, ovviamente, l’avevo fatta al Monte Fuji. Percorro il lungo corridoio d’ingresso dell’aeroporto e giungo alle scale mobili. Mentre le scendo, mi giro e sul muro di sinistra vedo la principessa Peach, quella di Supermario, che mi accoglie con un caloroso “Welcome to Japan”. La ringrazio e procedo verso il controllo passaporti. Sistemate le prime questioni burocratiche, posso finalmente andare a ritirare i miei bagagli.

Mezz’ora più tardi sono finalmente fuori dall’aeroporto e alcune ore dopo arrivo in quella che sarà la mia nuova casa giapponese, una sharehouse situata ad Ota-ku, un distretto nel bel mezzo della baia di Tokyo, e composta da ben venti stanze private e da alcuni spazi condivisi. Prezzo mensile per una stanza non del tutto centrale, a ben quarantacinque minuti di treno dalla mia scuola a Okubo, il quartiere coreano di Shinjuku? 600 Euro.

Entro in casa, tolgo le scarpe e le lascio nel mobile di fianco al genkan, apro la porta della camera, poso i bagagli e dopo quasi venti ore in giro mi prendo un attimo per riposarmi.

Ecco… questo è quello che sarebbe successo se non avessi deciso di chiedere di cambiare appartamento il giorno stesso della mia partenza.

Per farla breve, mentre sono in scalo a Varsavia, in attesa dell’aereo per Narita, disdico il mio appartamento a Ota e prenoto una stanza vicina a Shinjuku-Gyoen, in una sharehouse più piccola, molto più vicina alla mia scuola ma anche più costosa. Chiaramente, quando notifico del mio cambio di appartamento, so già che dovrò pagare una penale, firmare un mucchio di carte e attendere molti giorni prima che il nuovo contratto venga redatto… proprio come in tutto il resto del mondo, ma colgo l’occasione per introdurre uno degli aspetti più complicati di vivere a Tokyo: la burocrazia.

 

La burocrazia giapponese

Quanto di più rigido, sistematico, articolato e puntiglioso ci sia al mondo. È un insieme di documenti da leggere, rileggere, controllare e ri-controllare, di buste di varie forme e dimensioni, e di splendidi timbri rossi. È la quintessenza del vivere in Giappone, ancor più dei templi, degli anime e del sushi. Sistematicità e tradizionalismo sono aspetti intrinseci del vivere in questo Paese e io lo sapevo benissimo, avendo già vissuto e lavorato nella terra del sol levante per alcuni mesi del 2018.

Come recita un recente articolo di una giornalista e scrittrice Indiana residente a Tokyo: “in the popular imagination, Japan is a high-tech conurbation of robots and gadgets. In reality, living here can feel like being stuck in the 1980s […]”. Sembrerà assurdo, ma la Terra del sol levante non è quella che ci viene descritta dai programmi TV e dai telegiornali occidentali. È, infatti, un luogo contraddittorio, a tratti anacronistico, dove l’iper-tecnologico convive con il vintage e con il démodé, dove nel 2020 le più grandi aziende utilizzano ancora il fax al posto delle mail, e dove coesistono hotel totalmente robotizzati e locali in cui non si può pagare se non in contanti. È la terra in cui chiunque ha a disposizione una connessione a internet superveloce (almeno in città) ma dove lavorare da remoto rimane (per scelta) uno scoglio invalicabile anche ai tempi del coronavirus.

Questi paradossi, visibili anche nel paesaggio cittadino quando si cammina per città come Tokyo, Osaka o Kobe, da un lato rendono il Paese antiquato, superato, almeno agli occhi di chi se lo era immaginato come un paradiso futuristico del 3000, dall’altro, almeno ai miei, gli donano un fascino unico e distintivo, capace di stregare e catturare chi lo visita e lo vive esattamente per quello che è.

 

Perchè ho scelto di andare in Giappone?

A proposito: mi chiamo Vittorio, ho ventisette anni e sono nato e cresciuto in un paesino di circa cinquecento anime del bergamasco, anche se da sempre ho volto il mio sguardo verso il mondo. Fin da piccolo sognavo di saper parlare quante più lingue straniere possibile e di mettere piede in ognuno dei cinque continenti. Sono da sempre appassionato di fotografia, o meglio, mi è sempre piaciuto fotografare, ma solo poco più di un anno fa mi sono messo d’impegno per capire come funzionano obbiettivi e macchine fotografiche.

Diario di viaggio in Giappone di Vittorio Rota: Omoide Yokocho

E perché ho scelto di andare in Giappone? La verità è che non c’è un motivo ben preciso. Non sono un lettore di manga, non guardo anime, non sono mai stato un fan sfegatato dei videogiochi giapponesi, non sono un esperto di cultura né di arti nipponiche. Malgrado abbia studiato il Giappone sui libri universitari per alcuni anni, è stato solo dopo essere venuto di persona in questo splendido Paese nel 2017 durante il mio viaggio di laurea che me ne sono innamorato. Un vero e proprio colpo di fulmine. In poche settimane di viaggio, il Giappone ha saputo donarmi un senso di pace con il mondo. Una voglia irrefrenabile di perdermi tra le sue strade, in quelle viette fatte di case dai muri sottili, grovigli di cavi elettrici, distributori automatici colorati e il riecheggiare inconfondibile delle cicale.

“Giappone”, per me, significa semplicemente questo. È un continuo ripetere “ma quanto è bello questo Paese” ad ogni angolo che giro. Il motivo per cui amo questa splendida terra è istintivo e inspiegabile, è un insieme di sensazioni che provo dentro di me senza un motivo logico, ed è proprio questa la ragione per cui so che il mio cuore mi ci riporterà sempre, malgrado io possa allontanarmici.

Tralasciando le smancerie, all’atto pratico la mia prima esperienza in Giappone come turista mi era piaciuta talmente tanto che avevo scelto di cercare in tutti i modi un’opportunità per ritornarci, ma non più da turista. Al contempo, avevo scelto di riprendere autonomamente gli studi di giapponese, una lingua che per due anni e mezzo avevo studiato in università ma di cui, poche settimane finiti gli studi, non mi era rimasto nulla se non le basi.

 

Lo studio del giapponese

Dopo mesi di studio intenso, nel giugno 2018 partivo nuovamente per Tokyo, questa volta per uno stage di tre mesi come insegnante d’inglese in un’importante ONG giapponese. Un’esperienza tanto straordinaria quanto difficile, dalla quale avevo capito quali fossero le mie potenzialità ma anche le debolezze su cui lavorare. Mi ero reso conto che del Giappone e della sua lingua sapevo molto meno di quanto pensassi, che la strada da percorrere assomigliava più a quella verso la cima del Monte Fuji durante una tempesta che a una tranquilla passeggiata nel bosco.

Il giapponese è difficile, “di un’altra pasta” rispetto alle altre lingue che ho appreso nel corso della mia vita. È complicato per il suo sistema di scrittura, il quale include, oltre a due sillabari, hiragana e katakana, composti da qualche decina di simboli l’uno, i famosi kanji, gli ideogrammi, la cui cifra si stima tra le dieci e le cinquantamila unità. Fortunatamente, per comprendere il giapponese della vita di tutti i giorni, “basta” conoscere il significato di circa duemila degli ideogrammi più diffusi. Il problema è che i suddetti possono combinarsi tra loro, generando nuovi significati, e se la sfida non fosse già abbastanza ardua, entra in gioco la questione della pronuncia: ogni kanji viene pronunciato in maniera differente in base al kanji a cui viene affiancato o se è scritto da solo. Sebbene esistano dei pattern di pronuncia che, man mano si procede con lo studio, il nostro cervello riesce a riconoscere, in diversi casi non esistono regole specifiche e la pronuncia va ricordata a memoria. Provate, ad esempio, a chiedere a un giapponese di scrivere il nome di qualche suo amico e la questione diventerà addirittura comica.

Malgrado sia pensiero comune credere che il sistema di scrittura sia la parte più difficile del giapponese, a parere mio, il vero “problema” di questa lingua è rappresentato dal suo immenso, meticoloso vocabolario. In Giappone esiste una parola (o un’espressione) per definire tutto. Esistono parole con significato simile che vanno usate in contesti di formalità differenti, termini che sembrano intercambiabili ma invece non lo sono. Chiunque si sia adoperato per tradurre una frase in giapponese, ad esempio, sa quanto sia difficile capire quale parola italiana (o inglese) vada utilizzata nel contesto in cui sta traducendo.

Per far capire quanto il vocabolario giapponese sia articolato, basti pensare che per comprendere più del 90% dell’italiano, del francese, dell’inglese o del tedesco non occorre conoscere più di cinquemila termini, mentre per raggiungere lo stesso stadio di conoscenza del giapponese serve sapere il significato di più di diecimila parole. Questo, aggiungo io, accade anche perché nella lingua nipponica esistono diversi livelli di formalità, ognuno dei quali possiede parole esclusive che se utilizzate in altri contesti suonano strane e innaturali.

So che può sembrare impossibile dopo tutto ciò che ho scritto ma, al netto di tutte le difficoltà, io del giapponese sono profondamente innamorato. E se così non fosse, non avrei di certo speso gli ultimi anni della mia vita ad approfondirlo e tentare di comprenderlo. La cosa più bella di questo idioma è la sua profonda connessione alla cultura del Paese in cui è parlato. È impossibile, infatti, conoscere la lingua nipponica senza conoscere usi, tradizioni e consuetudini del popolo che l’ha ideata. Studiare il giapponese, dunque, diventa un modo naturale per apprendere le differenze culturali che esistono tra il Giappone e il nostro occidente, e il lato più incredibile di essere a Tokyo a farlo è che qualsiasi sia l’attività che stai svolgendo, potrà essere considerata “studio”, a patto, ovviamente, che la si svolga in giapponese.

Andare al konbini significa imparare il lessico dei prodotti in esposizione in negozio, andare al cinema significa fare pratica d’ascolto. E per uno come me che vive per mangiare e che si è appassionato di Giappone soprattutto grazie alla sua cucina, non c’è nulla di più bello di potersi alzare ogni mattina sapendo che andare al ramen a mezzogiorno sarà considerabile un ulteriore momento di studio!

 

La tradizione culinaria giapponese

Come accennato poco fa, uno dei motivi principali per cui ho cercato in tutti i modi di vivere in Giappone e di apprenderne la lingua è la sua affascinante tradizione culinaria. Parlare di cibo mi mette da sempre il sorriso, e durante il mio anno a Tokyo posso dire di aver sorriso parecchio, nel senso che non è passato un singolo giorno senza che io abbia provato almeno una delle centinaia di pietanze che offre questo Paese, dalle più famose e celebrate alle meno conosciute. Mangiare fuori in Giappone costa relativamente poco, specie se si cercano piatti a base di riso o noodles. Questi ultimi, nello specifico, sono diventati la mia più grande passione, forse per il fatto che vivere a Tokyo ha instaurato dentro di me un processo del tutto nuovo e inatteso: smettere di voler mangiare la pasta e sostituirla con ramen, tsukemen, udon e soba.

Lontano dall’essere salutare come una pasta al pomodoro, lo tsukemen, una sorta di “ramen scomposto” di cui ne esistono decine di tipi con sapori peculiari e differenti, è diventato in assoluto il mio cibo giapponese preferito. Sarebbe da egoisti non condividere le mie gioie culinarie con i lettori di questo blog, quindi sancirò in esclusiva un podio dei migliori tre tsukemen da me provati a Tokyo, in modo che possiate provarli voi stessi non appena il Giappone riaprirà i confini ai viaggiatori di tutto il mondo.

Diario di viaggio in Giappone di Vittorio Rota: Ramen da provare assolutamente

Il mio personale vincitore è lo yuzu-tsukemen di Afuri a Shinjuku, il cui brodo è fresco, leggero e impreziosito dal gusto leggermente aspro dello yuzu. A seguirlo c’è lo tsukemen corposo, denso e saporito di Tsujita a Nihonbashi e quello con brodo al pomodoro di Gonokami Seisakusho (vicino a Shinjuku Gyoen), dal gusto simile a quello di una pasta al sugo di pesce italiana e servito con un crostino di pane e un cucchiaio di pesto di basilico.
Se si parla di ramen, invece, il mio preferito è lo shoyu all’olio di tartufo e funghi porcini di Konjiki Hototogisu a Shinjuku, vincitore della prestigiosa stella Michelin nel 2019. Una menzione particolare va poi al tonktotsu-shoyu di Tonchin a Kabukicho, il cui brodo è fatto con maiale e salsa di soia, e sul quale si trovano tutti i topping più celebri: chashu, uovo, alga nori e germoglio di bambù.

 

In giro per Tokyo

Durante i primi sei mesi giapponesi, tra una ciotola di ramen fumante e un piatto rinfrescante di zaru udon, ho passato la maggior parte dei miei giorni studiando e approfondendo il giapponese. Il restante tempo libero, l’ho utilizzato per esplorare la città in lungo e in largo, scattando un totale di più di settemila fotografie.

Diario di viaggio in Giappone di Vittorio Rota: Rikugien

In particolare, ricordo le mie passeggiate tra i parchi nei mesi autunnali, i cui alberi si tingevano prima di giallo, poi di arancio e infine di rosso. Il più bello di tutti è stato Rikugi-en, nel quartiere speciale di Bunkyō. Indimenticabile il matcha bevuto a bordo del suo laghetto o l’antica sala da tè dei rododendri, una piccola capanna nascosta tra le fronde degli alberi e illuminata dai sottili raggi solari che filtrano tra le foglie.

A proposito di sale da tè: a Ikebukuro ce n’è una tanto bella quanto sconosciuta. Si chiama Bozu n Coffee ed è situata all’interno di un tempio. Apre solamente un giorno a settimana, per sole sei ore, ma è di una pace e di una grazia che valgono da sole un viaggio in Giappone.

Diario di viaggio in Giappone di Vittorio Rota: parco in autunno

Rimanendo in tema di “esperienze più belle fatte nel mio anno giapponese”, devo per forza nominare quella che, con gli amici con cui l’ho vissuta, abbiamo soprannominato “Il cammino di Edo”.

Partiti a piedi alle nove di mattina da Shinjuku, abbiamo camminato per quaranta minuti fino ad Aoyama, nella zona di Shibuya. Lì ci siamo fermati un attimo e il mio amico Tomas mi ha illustrato il piano della giornata: una camminata di quasi quaranta chilometri che dal luogo in cui eravamo partiti ci avrebbe portato dall’altra parte della città, fino al Tokyo Skytree, e infine di nuovo a Shinjuku. Non importano le vesciche sui piedi, il mal di gambe e il collo color rosso fuoco per le dodici ore sotto il sole cocente: quella giornata la ricorderò per sempre come una delle più belle in assoluto durante i miei mesi giapponesi; un tripudio di emozioni, luoghi mai visti, bellissime stradine sconosciute e piccoli santuari scovati in mezzo ai giganteschi palazzi della città.

Solitamente, quando si visita un Paese come turisti, il tempo a disposizione è contato, perciò si parte da casa con un programma di viaggio molto dettagliato su cui è scritto cosa vedere e magari anche dove mangiare ogni giorno. Malgrado ciò, se dovessi dare un consiglio a un futuro viaggiatore del Giappone, senza ombra di dubbio sarebbe il seguente: prenditi un giorno libero, mettiti delle scarpe comode, comprati una mappa e segnati una tappa di partenza e una d’arrivo, disegnando un percorso a matita senza curarti di dove passerai. Infine, parti a piedi: non importa che siano venti, trenta o cinquanta i chilometri percorsi dalle tue gambe, saranno comunque i più belli e indimenticabili del tuo viaggio. Viaggiare a piedi senza sapere dove si andrà esattamente permette di fare attenzione a tutti i piccoli dettagli del paesaggio circostante e, soprattutto, di scovare dei piccoli tesori che sarebbe impossibile trovare sugli itinerari classici.

Durante i primi mesi del 2020, assieme a questa camminata mi ero promesso di fare almeno un paio di viaggi fuori città. Purtroppo, però, il coronavirus ha avuto piani diversi. Avevo in mente di volare a Taiwan, ma soprattutto di visitare (finalmente, direi) le due estremità del Giappone che ancora mancano al mio appello di viaggiatore: l’Hokkaido e il Kyūshū. Invece no, l’incertezza e la preoccupazione create dal Covid hanno fatto sì che decidessi di rimanere a casa per tutti i mesi centrali della pandemia, tolte alcune, poche uscite all’aperto sempre e solo nel centro di Tokyo. Il coronavirus ha rovinato i miei piani come quelli di tutti: persino l’esame di certificazione di lingua giapponese che avrei dovuto sostenere a luglio è stato cancellato.

In un periodo in cui tutto sembrava andare male, però, devo ammettere che vivere “il corona” in Giappone durante lo stato d’emergenza di aprile sia stato di gran lunga meglio che vivere in Italia durante il lockdown. La costituzione giapponese, infatti, non permette al governo di multare la popolazione se esce di casa senza una ragione comprovata e nemmeno di tenere chiuse le attività commerciali. Per questo motivo e per il fatto che i contagi giapponesi siano stati molti meno di quelli europei e americani (anche a causa del minor numero di test effettuati), vivere il coronavirus da studente nella capitale giapponese è stato, almeno a mio modo di vedere, una passeggiata. Un periodo di crescita personale, di lunghe camminate notturne e di concentrazione massima sullo studio, sull’esercizio fisico e sullo spendere migliaia di yen ordinando cibo da Uber Eats.

I mesi del virus e quell’assurda sensazione che il tempo non passasse mai, li ho voluti vivere come un’opportunità, non solo nel breve termine, ma anche nel lungo. Mi sono convinto che dovrò ritornare in Giappone per fare tutto quello che ho lasciato incompiuto, a partire dai ramen bollenti e dai festival della neve di Sapporo, per arrivare agli splendidi paesaggi di Fukuoka e Kumamoto, ai sushi stellati di Ginza e alle incredibili sorgenti termali di Ginzan onsen. In fondo – mi sono detto – dov’è il bello di tornare in un posto in cui non hai ancora qualcosa che muori dalla voglia di fare?!

 

Il ritorno a casa dopo un anno in Giappone

Un po’ triste ma tanto felice, il 22 luglio mi lascio alle spalle un anno di Tokyo, di camminate infinite per le vie di Shinjuku e Shibuya. Un anno di ramen, sushi, udon, tonkatsu, tsukemen e bubble tea; o Tapioca, come lo chiamano i giapponesi. Un anno vissuto attraverso l’obiettivo della mia macchina fotografica, alla quale ho fatto conoscere ogni singolo angolo della città in cui abbia messo piede, ogni singolo piatto io abbia assaporato. Un anno fatto di amicizie, di studio appassionato e disperato. Un anno di sorrisi, di esplorazioni e di scoperte, di trepidazione, turbamenti, apprensioni e difficoltà. Un anno, insomma, di inestimabile crescita personale.

Valigie in mano, sudore sulla fronte e una lacrima a macchiare il mio viso, mi volto indietro e penso al me stesso di tre anni fa, a quel ragazzo appena laureato che atterrava a Tokyo per la prima volta con i suoi due amici di sempre per esplorare un Paese di cui tanto aveva letto sui libri, ma di cui, di fatto, non conosceva nulla. Quel me ventitreenne, se mi guardasse oggi, non crederebbe ai suoi occhi se gli dicessero che, a soli due anni di distanza, avrebbe avuto la straordinaria opportunità di realizzare un sogno, il suo e quello di milioni di appassionati di Giappone: vivere a Tokyo, la città più incredibile del mondo.
Saluto gli ultimi amici alla stazione e mi dirigo all’aeroporto di Narita. Sul tabellone, tutti i voli del giorno sono cancellati, tranne il mio, che è lì intatto con tanto di Gate, il 34, e la dicitura “ON TIME”.

Il terminal è vuoto: nessun turista, solo studenti, lavoratori e qualche famiglia di ritorno verso il suo Paese d’origine. Accatto l’ultimo omiyage per chi mi aspetta in Italia, supero gli ultimi controlli e mi accomodo sui sedili dell’aereo. “I sedili”, al plurale, perché l’aereo è semi-vuoto e ne ho tre tutti per me. Dannato coronavirus, almeno una buona l’hai combinata.

Si accendono i motori, l’aereo accelera, si vola. Eccolo, finalmente, il momento del saluto più importante.

A presto, Giappone!

Fabrizio Chiagano
Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^

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