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Diario di viaggio di Andrea Antonini

Quattro salti tra le isole alla Triennale del Setouchi 2019 (parte 2)

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Bentornati al mio diario di viaggio nel Mare Setouchi durante la Triennale d’Arte Contemporanea del 2019; sono sempre Andrea, e se non l’avete ancora fatto, potete leggere la prima parte del mio diario di viaggio alla Triennale di Setouchi cliccando qui.

Ma adesso proseguiamo saltellando su altre isole!

 

Ogijima

L’atmosfera mattutina al porto di Takamatsu è effervescente. Visitatori da tutto il mondo acquistano biglietti per i traghetti e corrono qua e là alla ricerca del molo giusto per l’imbarco. L’odore del mare di prima mattina è energizzante, ma ogni tanto le zaffate di diesel provenienti dalle navi prevalgono sulla fresca brezza marina e mi ricordano l’imminente breve crociera.

Il traghetto da Takamatsu a Ogijima è lento: nonostante la brevissima distanza, impiega 40 minuti, con scalo a Megijima nel mezzo; ma è anche molto economico, con un costo di soli 510 yen a tratta.

Il traghetto si avvicina al porto e Ogi, l’unico villaggio dell’isola, inizia lentamente a rivelarsi. È un fitto assembramento di case tradizionali giapponesi arroccate sulla collina che domina l’insenatura. Sembra quasi un polpo aggrappato a uno scoglio che estende i suoi tentacoli verso il mare. I tetti sono così vicini tra loro, quasi sovrapposti; visto da lontano il paese non mostra segni di strade di alcun genere, se non in prossimità della zona di sbarco.

Porto di Ogi

Il terminal dei traghetti cattura subito la mia attenzione con la sua forma flessuosa e insolita. Si tratta, infatti, di una delle opere d’arte realizzate per una precedente Triennale che è poi diventata parte integrante del paesaggio locale. È stato progettato dall’architetto catalano Jaume Plensa; guardandolo più da vicino, il baldacchino bianco ondulato che copre l’edificio rivela un intricato groviglio di lettere e caratteri di diversi alfabeti intrecciati casualmente, come a sottolineare l’internazionalità dell’evento.

Takotsubo, Ogijima

Non lontano dal terminal, un’altra installazione artistica è diventata parte integrante del villaggio e ora funge anche da parco giochi per i bambini dell’isola. L’opera riproduce in dimensioni giganti un takotsubo, una trappola per polpi. Ogijima è rinomata per la pesca al polpo, che è una parte fondamentale della loro economia; l’opera vuole rendere omaggio allo stretto rapporto degli isolani con questo abitante dei mari.

Ma c’è di più. Come la maggior parte delle isole minori del Mare Interno, Ogijima non ha fatto eccezione allo spopolamento del dopoguerra; le famiglie si sono trasferite sulla terraferma in cerca di posti di lavoro e migliori opportunità per i propri figli. Aver creato un parco giochi annesso a questa installazione è una felice testimonianza del fatto che – grazie al progetto Setouchi Triennale – alcune famiglie con prole sono finalmente tornate a risiedere sull’isola. Le scuole materna ed elementare sono state riaperte, e di recente a Ogijima è stata festeggiata la prima nascita di un bebé da decenni. Questo lieto evento ha riacceso la fiamma morente di una comunità che invecchiava, portando rinnovata motivazione e gioia di vivere.

The Walking Ark

Lasciandomi alle spalle l’area del porto commerciale, mi sono poi diretto verso il porto dei pescherecci, vicino al quale si trova la scultura forse più iconica di Ogijima. “The Walking Ark”, di Keisuke Yamaguchi, è una creatura immaginaria la cui parte superiore ricorda una medusa ma nella parte inferiore ha invece 4 coppie di gambe che camminano verso il mare. La scultura è orientata verso Iwaki, una città nella regione del Tōhoku che fu colpita dallo tsunami del 2011. Come se la creatura stesse cercando di stabilire una connessione con la città afflitta dal disastro.

Lasciandomi alle spalle il porto dei pescherecci, mi sono poi diretto verso la parte centrale del paesino. E lì finalmente ho capito come mai, dal mare, sembrava che non ci fossero strade che si inerpicano su per la collina. È perché non ci sono! Almeno non nel senso stretto del termine!

Le case di Ogi sono collegate da una fitta rete di vicoli e scalinate molto stretti, dove l’unico mezzo di trasporto consentito sono i propri piedi. In alcuni vicoli, forse è tecnicamente possibile pedalare, ma la gente del posto spesso si astiene dal farlo per paura di far male ai passanti. I vicoli sono ampi quanto basta per consentire a una o due persone di camminare comodamente; ma muoversi in bicicletta costituirebbe un pericolo per il prossimo.

Onba factory

L’unico altro veicolo ammesso su questi vicoli è la cosiddetta onba. Le onba sono piccoli carretti su ruote di gomma che la gente del posto utilizza per trasportare merci e oggetti più pesanti su e giù per il ripido e angusto labirinto di vicoli. La fabbrica locale di onba, in cui vengono fabbricati i carretti, funge anche da bar e ristorante, dove i visitatori possono riposarsi dalle loro peregrinazioni artistiche.

Devo dire che già solo passeggiare per i vicoli di Ogijima è stato di per sé un piacere, vista la particolarità del villaggio. E ancora di più perché gran parte delle installazioni artistiche erano ospitate all’interno di alcune delle case antiche, disabitate o fatiscenti che fossero.

The Sea Within - The See Within

The Sea Within – The See Within”, dell’artista belga Sarah Westphal, prende possesso dell’ex ufficio postale. Nella penombra all’interno dell’edificio crea un paesaggio marino utilizzando riprese video di un polpo (eccolo di nuovo!), e tenui luci che si riflettono su un pavimento allagato.

The Space Flower - Dance - Ring

In “The Space Flower – Dance – Ring“, l’artista Takeshi Kawashima ha ricoperto interamente le pareti, le porte, il pavimento e il soffitto di una vecchia casa con carta bianca, e poi ha decorato accuratamente a mano tutte le superfici. Un’installazione immersiva a 360 gradi che ci trasporta in una dimensione surreale e onirica.

Akinorium

Akinorium” di Akinori Matsumoto è un teatro delle ombre e una scultura vivente in cui lo spettatore deve immergersi nella routine visiva e sonora creata dall’artista. Al piano terra della casa iniziano a comparire ombre di sculture non ancora visibili. Poi, una volta saliti al primo piano, ci si ritrova circondati da ogni sorta di fantastiche macchine in legno e bambù che creano una sinfonia di suoni e movimenti naturali tutto intorno. Sembrava davvero di essere in una foresta magica dove elfi e fate invisibili suonavano i loro strumenti.

Gli stretti vicoli continuavano a serpeggiare su per la collina, e sempre più progetti artistici continuavano ad apparire. Devo ammettere che di tutte le isole, probabilmente Ogijima è stata quella con la più alta densità di installazioni degne di nota, rendendo difficile la scelta di quali menzionare e quali omettere. Ogni opera ha rivelato una prospettiva diversa sull’identità dell’isola, una differente interpretazione dello spazio e una propria weltanschauung.

Diario di viaggio di Andrea Antonini

Sea Vine: On The Shoreline” è probabilmente uno dei progetti più ambiziosi ed evocativi della Triennale 2019. L’artista crea una vasta rete di sottilissimi tralci e fiori in porcellana realizzati a mano che restano sospesi mediante migliaia di fili di nylon quasi invisibili in una casa completamente vuota. Gli eterei tralci e fiori sembrano fluttuare all’interno delle tradizionali stanze con i tatami, trasmettendo un senso di fragilità e delicata precarietà. Come se un’improvvisa folata di vento o il calpestio di un piede potessero distruggere tutto all’istante. Una resa perfetta in termini contemporanei di uno dei pilastri della filosofia giapponese: mono no aware, l’empatia per l’impermanenza.

Memory Bottle

Infine, dopo aver camminato e salito molti gradini nella calura estiva fino alla cima del paesino, sono stato accolto dall’installazione più emozionante di Ogijima. Nell’oscurità di un magazzino abbandonato, l’artista Mayumi Kuri ha creato “Memory Bottle”. Centinaia di piccoli barattoli di vetro illuminati da minuscole luci pendono dal soffitto; ognuno di essi contiene un ricordo, passato o presente, di un residente dell’isola. Alcuni contengono una foto, altri un oggetto, un messaggio o una cosa rinvenuta per caso sulle rive del mare. Il risultato è una collezione molto intima di frammenti di identità e storie personali degli isolani che ho trovato commovente.

Ogijima non mi ha deluso. Questa escursione è stata così ricca di emozioni che difficilmente la dimenticherò. Avrei solo voluto avere più tempo per parlare con la gente del posto, ascoltare le loro storie e tentare di realizzare a voce ciò che l’installazione “Memory Bottle” ha fatto con gli oggetti. A volte più piccolo è il paese, più grandi sono le storie.

 

Megijima

Megijima si raggiunge molto facilmente dal porto di Takamatsu. Bastano solo 20 minuti di traghetto, il che rende l’isola quasi un’estensione della città. Megijima è anche molto popolare tra la gente del posto per il suo arco di spiaggia sabbiosa da cui si possono vedere all’orizzonte le altre isole del Mare Interno. Per questo motivo nei mesi estivi l’isola è piuttosto affollata di bagnanti, soprattutto nei fine settimana.

Si dice che Megijima sia imparentata all’isola di Ogijima a causa della loro vicinanza. Il nome Megijima infatti si scrive 女木島 (isola degli alberi femmina), mentre Ogijima è scritto 男木島 (isola degli alberi maschio); questo allude al fatto che possano essere fratelli o forse amanti.

Spiaggia di Megijima

Tuttavia, ho trovato Megijima molto diversa dalla sua controparte maschile. Ogijima ha un’atmosfera più vissuta, con famiglie, bambini e persino una scuola. Megijima invece sembrava quasi priva di persone autoctone, come se fosse un’isola satellite che viene usata principalmente per escursioni in giornata dalla vicina Takamatsu.

Quando ci sono stato era piena estate, e ho notato che c’erano alcuni minshuku (pensioni a gestione familiare) aperti per la stagione balneare. Ad ogni modo ho ricavato l’impressione generale di un luogo che fuori stagione probabilmente si trasforma in un angolo di mondo molto isolato e solitario.

A quanto pare, in inverno Megijima viene battuta da forti venti gelidi; la gente del luogo li chiama otoshi. Nella zona del porto, infatti, si vedono le vecchie mura in pietra costruite per proteggere il villaggio dalle folate di vento e dalle calamità del mare. Queste mura storiche sono chiamate oote, nel dialetto locale. Le leggende affermano che siano state costruite sui resti del castello che gli oni (orchi) avevano eretto per difendere la loro isola dall’invasione di Momotarō.

Megijima, infatti, è anche nota come Onigashima (Isola degli Orchi) e si crede che fosse la leggendaria dimora degli spaventosi demoni menzionati nella storia di Momotarō.

Onigashima (Isola degli Orchi)

Momotarō è un eroe popolare del folklore giapponese. Il suo nome significa “ragazzo pesca” perché, secondo la leggenda, nacque da una pesca gigante. Più tardi, da adolescente, decide di lasciare i genitori adottivi e andare a caccia degli orchi che stavano minacciando e seminando terrore nelle campagne circostanti.

Facendo eco alla storia popolare, Megijima fa tesoro delle tracce di questa leggenda. Il punto turistico più conosciuto che faccia riferimento alla storia di di Momotarō sono sicuramente le Grotte di Onigashima, in cima alla vetta più alta dell’isola.

Per raggiungere le grotte dal porto è necessario percorrere a piedi una strada tortuosa e ripida per circa 30 minuti. Altrimenti, si può usare l’autobus locale che porta alle grotte in meno di 10 minuti, pagando un (costoso!) biglietto da 500 yen (800 yen andata e ritorno). Essendo notoriamente pigro, ho optato per l’autobus; le partenze sono opportunamente programmate per coincidere con l’arrivo dei traghetti in porto, in modo tale che i visitatori possano dirigersi direttamente alle grotte appena sbarcati.

Oninoko Tile Project

Appena arrivato alle grotte, sono stato accolto da una statua di oni piuttosto pacchiana che reggeva una mazza chiodata. Gli Oni sono tradizionalmente raffigurati come creature giganti con la pelle dai colori innaturali (rosso, blu e verde sono le tonalità più popolari). Hanno grandi bocche con artigli sporgenti, uno o più corni sulla testa e indossano un perizoma fatto di pelle di tigre. Usano le loro mazze chiodate kanabō per torturare e uccidere gli umani, smembrarli, e banchettare con la loro carne.

In occasione della Triennale del Setouchi, le grotte ospitavano anche una suggestiva installazione artistica: l’ “Oninoko Tile Project”. Le onigawara (tegole orco) sono un tipico ornamento per i tetti che si trova spesso nei templi buddisti giapponesi. La realizzazione di queste tegole è una delle arti tradizionali più radicate e rappresentative della prefettura di Kagawa.

Per questo progetto, più di 3.000 studenti delle scuole superiori di tutta la regione hanno contribuito realizzando una piccola onigawara ciascuno. Tutte le tegole sono state poi trasportate a Megijima ed esposte all’interno delle grotte.

Durante la visita eravamo soli. Devo ammettere che trovarsi nel ventre della montagna appena illuminato, e avere tutte quelle piastrelle a forma di orco che ti fissavano attraverso il silenzio e l’oscurità rendeva l’atmosfera davvero inquietante. Fortunatamente verso la fine del percorso di visita compaiono alcune statue di orchi più amichevoli in stile manga, che riportano a uno stato d’animo più allegro!

Salendo due o tre rampe di scale ripide al di sopra delle grotte di Onigashima, si trova l’osservatorio Washigamine; spesso tralasciato dai turisti, è probabilmente il miglior punto panoramico che Megijima possa offrire.

Picco delle acquile, Megijima

Il suo nome significa letteralmente “picco delle aquile“. Magari è un nome un po’ ambizioso per un’altitudine di appena 188 metri sul livello del mare. Eppure regala una visuale ininterrotta e permette di godere di splendide viste panoramiche a 360 gradi sulla città di Takamatsu e sulle isole circostanti. Il picco è anche puntinato di alberi di ciliegio che lo rendono un luogo unico e bellissimo per lo hanami (osservazione dei fiori di ciliegio) durante la primavera. Ho passato un bel po’ di tempo lassù, ammirando il panorama e godendomi il vento sulla pelle. Essere soli e immersi in uno scenario così mozzafiato è un ricordo che dura in eterno.

Per i ritorno, abbiamo deciso di scendere a piedi per goderci il tranquillo paesaggio rurale con un passo più lento. In circa 20 minuti abbiamo raggiunto il paese, in cui si trovava la maggior parte delle opere della Triennale.

BONSAI, Deepening Roots

Vicino alla spiaggia, situata in una bella casa tradizionale, “BONSAI, Deepening Roots” è una mostra che esplora le possibili direzioni future dell’arte di creare alberi in miniatura. I bonsai sono integrati nel giardino della casa e al suo interno, spesso facendo uso di accessori e supporti non tradizionali. Il titolo allude anche alla necessità per gli abitanti dell’isola di approfondire le proprie radici e di essere più saldamente legati al territorio.

Little Shops on the Island

Più giù, lungo la spiaggia, una scuola abbandonata aveva raggruppato un gruppo di 8 installazioni in uno spazio espositivo sapientemente condiviso. I “Little Shops on the Island” sono nati dall’intenzione di imitare attività commerciali, come la “Laundry” di Leandro Elrich. La verosimile lavanderia a gettoni rivela a uno sguardo più attento che ciò che si trova dentro le lavatrici sono in realtà video di vestiti che girano.

Little Shops

Un altro pezzo molto suggestivo all’interno dei “Little Shops” è un video realizzato da Mai Yamashita e Naoto Kobayashi, che imita un noleggio di biciclette. Gli artisti hanno creato una bici con delle luci montate sulle ruote, e poi l’hanno filmata pedalando lungo la strada costiera di Megijima al tramonto. Quando le ruote girano, vengono visualizzate le parole “世界はどうしてこんなに美しいんや”. La scritta significa: “Come mai il mondo è così bello?“. Un messaggio breve, ma carico di significato.

20th Century Recall, Megijima

Uno dei lavori più suggestivi e toccanti su Megijima è senza dubbio “20th Century Recall” dell’artista Hagetaka Funjō. Consiste in una riproduzione in bronzo di un pianoforte a coda, con quattro alberi a vela che evocano l’immagine di una nave. Il pianoforte suona una melodia in risposta alle onde del mare che lambiscono la vicina riva, evidenziando l’interconnessione dell’isola con le acque circostanti.

Sfortunatamente l’orario dei traghetti di Megijima è piuttosto limitato, con solo 6 servizi al giorno. L’ultimo traghetto parte davvero troppo presto (intorno alle 17:00), rendendo impossibile, per chi visita in giornata, rimanere fino al tramonto o godersi una suggestiva cena sull’isola.

Questo triste limite dell’ultimo traghetto è una realtà condivisa da molte altre isole nella prefettura di Kagawa. È un vero peccato vedere delle destinazioni con un potenziale turistico così alto essere imbrigliate dell’assenza di lungimiranza delle miopi amministrazioni locali.

Una maggiore attenzione alle richieste del mercato e i giusti investimenti in infrastrutture potrebbero portare molto più business e ricchezza all’arcipelago del Setouchi. E a lungo termine potrebbe contribuire a ripopolare queste isole quasi deserte.

Fine della seconda parte. Ci vediamo presto per la continuazione!

Andrea Antonini
Andrea Antoninihttps://www.instagram.com/hanazukisan/
Vivo a Londra da più di dieci anni e la mia passione per il Giappone fa parte di me fin dalle scuole elementari; prima grazie agli anime giapponesi che venivano trasmessi in TV, poi grazie alla lettura ed allo studio. Dopo aver vissuto qualche anno in Giappone sono tornato in Europa ed ho sempre lavorato per compagnie di viaggio nipponiche. Progetto e realizzo itinerari per agenzie di viaggio oltre a fare da capogruppo. Sono sempre alla ricerca del vero Yamatodamashii.

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