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Bonsai: panoramica e storia

Bonsai è una parola giapponese il cui significato può essere tradotto come “piantato in un vassoio” o “piantato in un vaso piatto”; infatti è scritta con i kanji 盆栽, traducibili rispettivamente con le parole “vassoio” e “piantare”.

In pratica, un bonsai è un albero vivo in miniatura che viene messo a dimora in vaso.

Così come tanti altri aspetti della cultura giapponese, l’arte del bonsai è stata importata in Giappone dai monaci buddisti provenienti dalla Cina, dove quest’arte prende in nome di “penjing”; la versione giapponese però si è evoluta in modo totalmente indipendente rispetto alla sua versione originale, con proprie regole, stili e tecniche, ed acquisendo una tale fama che oggigiorno a livello internazionale ci si riferisce quasi sempre a quest’arte con il suo nome giapponese.

La miniaturizzazione della pianta è uno degli aspetti principali di un bonsai (ma non l’unico); ad esempio, un pino nero giapponese in natura raggiunge i 40 metri di altezza con un diametro del tronco alla base fino a circa 2 metri, con foglie aghiformi lunghe fino a 12 cm e strobili (senza entrare nella spiegazione tecnica: la pigna) anch’esse molto grandi.

Un bonsai, invece, mantiene perfettamente tutte le sue caratteristiche botaniche, ma con dimensioni e proporzioni molto ridotte (altezza e spessore del tronco, dei rami, delle foglie, degli aghi, dei fiori, etc.), che vanno dal metro di altezza per le versioni “grandi” a meno di 20 cm per quelli “piccoli”, fino a sotto i 10 cm per quelli “mini”.

Un bonsai giapponese vuole replicare la perfezione che un albero può assumere in natura, con tutte le sue più varie peculiarità, ma in versione “portatile”; inoltre, guardandolo si deve ricevere sempre un senso di vitalità e di forza, oltre che di “saggezza” e longevità per gli esemplari più vecchi o per quelli che presentano rami e tronco con legna secca.

Oltre alla miniaturizzazione, accompagnata da una perfetta massa e proporzionalità delle parti, altri aspetti che caratterizzano un bonsai sono:

  • L’apparato radicale, che dovrebbe essere sempre di forma circolare, e che dia la sensazione di perfetta tenuta della pianta ed ancoraggio al terreno
  • Il tronco, con una base più possente rispetto alla parte apicale, visibile per i 2/3 della grandezza complessiva del bonsai (ci sono eccezioni in base allo stile) ed una corteccia dall’aspetto vissuto e antico
  • I rami, diversificati in primari (i più grandi e bassi), secondari e terziari (più piccoli e posti in alto), disposti in modo tale che, come accade in natura, la parte più bassa risulti più possente e di età avanzata, rispetto alla parte apicale; non dovrebbero mai incrociarsi o risultare confusi e sparpagliati; dovrebbero avere meno ramificazioni all’interno e più man mano che si va verso l’esterno; inoltre si tende a posizionare rami piccoli sulla parte frontale rispetto a rami più grandi su quello posteriore (anche in questo caso molto dipendente dallo stile)
  • La chioma, formata da piccoli rami fitti, che facciano capire la vitalità della pianta (un bonsai, essendo una pianta viva, non smette mai di crescere e rinnovarsi)
  • La legna secca e lo scortecciamento (in giapponese chiamata jin se riguarda un ramo, shari o sharimiki se riguarda il tronco), che donano al bonsai un aspetto antico e vetusto, segno di cataclismi ed eventi naturali, come un ramo spezzato dal vento o dal peso della neve, un tronco colpito da un fulmine, o ancora una parte più o meno grande che ha dovuto sopportare un periodo di siccità prolungato; anche le cavità, le intercapedini e le deformazioni irregolari del tronco (in giapponese chiamate uro) sono un parte importante per dare “antichità” ad una pianta
  • Il vaso, ovvero il completamento del bonsai; senza vaso, ovviamente, la pianta non potrebbe chiamarsi bonsai; esistono alcune regole di base sulla dimensione del vaso, che variano in base allo stile del bonsai o all’altezza ed allo spessore del tronco; ad esempio, nello stile eretto la lunghezza del vaso sarà i 2/3 dell’alzezza del tronco, mentre l’altezza del vaso sarà quanto lo spessore alla base del tronco; per lo stile a cascata si opterà per uno vaso alto e profondo mentre per uno stile a boschetto il vaso sarà poco profondo; i vasi possono avere forme rettangolari, ovali, rotonde, quadrate, esagonali, ottagonali, con bordi smussati o meno, con piedini di varie forme e con possibili decorazioni; l’importante è che non distragga mai l’attenzione dell’osservatore rispetto alla pianta.

Anche le dimensioni di un bonsai hanno nomi e caratteristiche specifiche, infatti, in base all’altezza, si parla di:

  • Mame, al di sotto dei 10 cm
  • Shoin, tra i 10 ed i 20 cm
  • Kifu, tra 20 ed i 35 cm
  • Chuhin, tra i 32 ed i 60 cm
  • Ogata, oltre i 60 cm
Mame bonsai
Mame bonsai

Per quanto riguarda l’età di un bonsai, va detto che bisogna differenziare l’età della pianta in se dall’età del bonsai, ovvero dal momento che una determinata pianta inizia ad essere coltivata per diventare un bonsai. Infatti, un bonsai può essere creato a partire da un seme o per talea (ramo o foglia tagliata, a cui si fanno crescere le radici), il che significa che la pianta nascerà per essere già un bonsai.

Ma può essere creato anche raccogliendo una pianta in natura, per margotta (viene fatto radicare un ramo mentre è ancora attaccato all’albero per poi essere tagliato ed interrato) o per innesto (uno o più rami piccoli vengono “inseriti” in un tronco più grande già radicato). In questi ultimi casi, vien da se che la pianta potrebbe avere anche decine o centinaia di anni di vita, ma la sua messa in vaso, e quindi il fatto che sia un bonsai, avrà una durata differente.

Bonsai di 1000 anni di età al Museo dei Bonsai di Omiya

Tra i bonsai più vecchi ancora esistenti, potremmo citare un ginepro giapponese con più di 1.000 anni ed uno di circa 700 anni custoditi nel giardino Mansei-en di Omiya, un pino bianco giapponese di circa 250 anni nel giardino Toju-en sempre di Omiya, una picea jezoensis (conifera) di circa 1.000 anni esposta al Museo dei bonsai di Omiya, un altro pino bianco giapponese di più di 500 anni conservato nel Palazzo Imperiale di Tokyo.

Inoltre, proprio in Italia, al Crespi Bonsai Museum (il primo museo permanente sui bonsai al mondo) è esposto un Ficus Retusa Linn di oltre 1.000 anni che potrebbe essere il bonsai (o forse più un penjing?) più vecchio del mondo, adagiato nel vaso bonsai più grande del mondo!

 

Alberi usati come bonsai

Praticamente, qualunque albero presente in natura può diventare un bonsai; per la scelta, ovviamente molto dipendente dalla zona, o dal continente, di cui la pianta è endemica. In Giappone, ad esempio, nonostante la creatività del bonsaista esistono alcune specie di piante particolarmente utilizzate essendo li native.

La specie più famosa è sicuramente il Pino; tra le versioni autoctone nipponiche ci sono il pino nero giapponese ed il pino rosso giapponese che crescono vicino alle coste ed il pino bianco giapponese che cresce in montagna.

Il Ginepro, anch’esso presente in svariate specie tra cui il Juniperus rigida ed il Shimpaku, si presta molto bene alla legna secca (jin e shari) e ad avere tronchi e rami contorti. Anche la Cryptomeria japonica (malamente chiamata cedro giapponese, anche se non appartiene al genere dei cedri) è molto utilizzata, anche nelle versioni shohin.

Il Tasso giapponese, velenoso in ogni sua parte ad eccezione degli arilli rossi (simili a bacche, che crescono all’esterno del seme, anch’esso velenoso), ha una crescita molto lenta e si presta anch’esso bene al jin. Il Larice giapponese è molto presente nelle montagne del Giapponese centrale, di conseguenza è facile trovarlo in versione bonsai.

Tutte queste sopra citate sono conifere; tra le piante decidue, invece, particolarmente utilizzati sono gli Aceri giapponesi, o aceri palmati, le cui foglie in autunno assumono un fenomenale colore che varia dal rosso fuoco al giallo, passando per il viola e l’arancione; questi alberi sono anche noti con il nome di momiji.

I Ginkgo, un albero preistorico che in autunno diventa un immenso ammasso di foglie color oro.

Bonsai di Azalea

Le Azalee, nelle versioni Satsuki e Kurume, nei mesi di maggio e giugno esplodono di meravigliosi fiori dai colori più variegati. Anche i Glicini giapponesi, tra aprile e maggio fioriscono con cascate di fiori colorati; questi ultimi si trovano solamente in versione bonsai medio o grande proprio perché la loro fioritura è molto estesa.

Ci sono poi le Zelkova (o Olmi giapponesi) e svariati alberi da frutto.

 

Stili dei bonsai

Un bonsai giapponese segue una serie di regole ben definite nella sua composizione, che variano anche in base allo stile che si vuole adottare; è comunque fondamentale che ogni maestro bonsaista dia alla pianta un suo carattere ed un suo “animo”, altrimenti tutti gli esemplari sarebbero mere copie di se stessi.

Per approfondire, ho scritto un articolo dedicato agli stili ed forme dei bonsai.

 

Storia del bonsai

Bonsai è la lettura giapponese della parola cinese penzai, quest’ultima conosciuta anche come penjing.

L’origine di miniaturizzare gli alberi e porli in vasi di ceramica nasce proprio in Cina circa 1300 anni fa durante la Dinastia Tang; nella tomba del principe Li Xian (653–684) è presente una raffigurazione su di un muro di una persona con un vaso in mano al cui interno sono adagiati dei piccoli alberi.

Non esistono documenti ufficiali che indichino chi, ed in che periodo preciso, iniziò a coltivare bonsai in Giappone, ma si pensa che l’idea, ed i primi esemplari, furono importati dalla Cina ad inizio del periodo Heian a cura dei monaci buddisti.

Il primo documento scritto in cui si fa riferimento ai bonsai è il “Saigyo Monogatari Emaki”, un rotolo dove sono raffigurati alberi in miniatura in vaso, risalente al primissimo periodo Kamakura (1195). Esistono anche altri rotoli risalenti sempre al periodo Kamakura in cui sono raffigurati alberi miniaturizzati.

Fu nella prima parte del periodo Edo che la cultura del bonsai iniziò ad espandersi tra i daimyo ed i samurai di tutto il Giappone, i quali li utilizzavano per competere tra loro durane le visite dello shogun; nella seconda parte del periodo Edo, invece, i bonsai divennero un’arte aperta a tutta la popolazione, a prescindere dal ceto sociale.

Molti bonsai risalenti XVII secolo sono tutt’ora in vita; probabilmente il più vecchio è quello conservato nel Palazzo Imperiale di Tokyo, un pino bianco giapponese chiamato “Sandai-Shogun-No Matsu” e facente parte dei Tesori nazionali del Giappone, di cui ci sono documenti ufficiali che indicato Tokugawa Iemitsu come uno dei suoi curatori.

Nel 1829 fu pubblicato il libro “Sōmoku Kin’yō-shū”, il primo in cui si definivano le tecniche di base per la coltivazione dei bonsai di pino (sul sito della Hathi Trust potete trovare la copia originale del libro custodita alla University of Michigan e consultabile gratuitamente).

Fu, però, durante il periodo Meiji (1868  – 1912) che il Bonsai fu standardizzato e considerato una vera “arte”, diffondendosi anche in Europa e negli USA; l’Imperatore Meiji spinse molto i la cultura bonsai, tanto che tutti i funzionari che erano contro o a cui non piacevano (almeno di facciata) persero importanza, riconoscimenti ed il lavoro.

Durante la seconda guerra mondiale, molti importanti esemplari, compresi quelli custoditi nel Palazzo Imperiale, morirono a causa dei bombardamenti americani, ma per fortuna tanti altri si salvarono. Con la fine guerra ci fu prima una diminuzione di interesse verso i bonsai, seguita da un’espansione a livello internazionale, anche grazie a mostre ed esposizioni.

Nel 2010, ad Omiya (Saitama), poco a nord di Tokyo, ha aperto il Bonsai Art Museum, il primo museo pubblico dedicato ai bonsai, dove sono esposti esemplari millenari e di rara bellezza (visti di persona), oltre ad informazioni di ogni tipo sui bonsai e sulla storia del famosissimo Villaggio dei Bonsai di Omiya, nato dopo il grande terremoto di Kantō del 1923.

 

Differenze tra bonsai giapponesi e penjing cinesi

L’arte dei bonsai giapponesi differisce da quella dei penjing cinesi per vari aspetti che riguardano non solo le forme della pianta, ma anche del vaso e della “scenografia” che viene rappresentata.

Ad esempio, nei bonsai giapponesi non troverete mai nulla in più oltre all’albero ed al sotto-bosco, essendo questi ciò che il bonsai vuole rappresentare, ovvero una versione in miniatura di un albero così come apparirebbe in natura.

Il penjing cinese, invece, non vuole rappresentare per forza un albero, ma si concentra su un intero paesaggio; questo significa che oltre alle piante spesso vengono utilizzati anche elementi scenografici come statuine di persone, casette, rocce, acqua, etc.

Penjing cinese

Un’altra caratteristica della versione cinese è l’utilizzo di vasi che non seguono regole e proporzioni congrue con la pianta che contengono, inoltre sono più variegati, spesso riportano dipinti, scritte o disegni colorati; i vasi della controparte giapponese, invece, sono scelti in base allo stile della pianta e sono più sobri nelle forme e nei colori.

Ancora, nei bonsai si miniaturizza tutto, tronco, rami e vegetazione e si cerca sempre di armonizzate e bilanciare il risultato complessivo, mentre nei penjing le foglie e il volume della pianta non sono prese in considerazione; sono unicamente il tronco ed i rami principali che hanno una notevole importanza.

Non solo! I penjing vogliono rappresentare l’albero nel modo più reale e naturale possibile, il che fa sì che le sue forme siano spesso senza ordine, ingarbugliate, estreme, quasi esagerate e fantasiose (ed in effetti se ci pensate, in natura gli alberi non crescono seguendo rigide regole). I bonsai, invece, devono seguire un ordine preciso, ricercato e rifinito nel minimo dettaglio.

Penjing cinesi

Nonostante tutte queste differenze, però, non sempre risulterà facilissimo distinguere un bonsai da un penjing.

Fabrizio Chiagano
Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^