Avete mai sentito le parole “juken”, “ronin” o “senta nyushi”? Sono alcuni termini che si riferiscono a temi legati al mondo delle università giapponesi. Ma come funziona e come è strutturata l’università giapponese? Quali sono le differenze con quelle italiane?

Dafne Borracci, che frequenta l’Università di Kyoto grazie alla borsa di studio MEXT Undergraduate, e che fra tre anni si laureerà in Letteratura Classica Giapponese, ci racconta come funziona l’univesità in Giappone da un punto di vista molto particolare: quello dell’insider!

 

Università giapponese vs. università italiana: le somiglianze e le differenze

Premetto che non ho mai frequentato l’università in Italia (dopo il liceo ho fatto un corso in gestione d’impresa e poi ho sempre lavorato) quindi tutto ciò che so, lo conosco attraverso i miei amici iscritti all’UniFi. In generale, però, posso dire che fra l’università italiana e quella giapponese ci sono principalmente tre grandi differenze.

Durata dei corsi di studio

Uno degli aspetti in cui l’università giapponese differisce maggiormente da quella del Bel Paese è che il primo corso di studi dura quattro anni invece di tre.

Tuttavia c’è da aggiungere che gli studenti giapponesi finiscono il liceo un anno prima di noi, quindi la somma finale degli anni di studio è la comunque stessa.

Per quanto riguarda la magistrale, dura due anni in entrambi i Paesi.

L’anno di cultura generale

Nei quattro anni sopracitati è compreso anche circa un anno e mezzo di quella che in gergo si chiama 一般教養 (ippankyoyo) o 般教 (pankyo), termine che si può tradurre come “cultura generale” e che indica l’obbligo per gli studenti di accumulare una certa quantità di crediti in materie che non hanno niente a che vedere con la propria specializzazione.

Tu cosa ne pensi? Credi che sia una buona idea studiare una varietà di argomenti, oltre al proprio campo di studi? Ci sono opinioni discordanti in merito ma per quanto riguarda me, sono così impaziente di iniziare a studiare ciò che davvero mi piace, che il “pankyo” a volte mi sembra una gran perdita di tempo. Tuttavia è anche vero che ho avuto modo di fare un sacco di corsi che, pur non avendo alcuna relazione con la letteratura classica giapponese, erano interessanti…

Il metodo di valutazione

In Italia gli esami universitari possono essere scritti o, più comunemente, orali. In Giappone, invece, il concetto di esame orale non esiste proprio.

Alla fine del semestre c’è una sessione d’esami in cui si può essere valutati attraverso un test scritto, ma nella maggioranza dei casi il professore chiede agli studenti di redigere semplicemente un report lungo fra le 6 e le 15 pagine.

Per alcuni corsi è sufficiente frequentare le lezioni e scrivere ogni volta alcune righe di commento per assicurarsi di passare.

Quasi a nessuno interessa il voto con cui si passerà: il numero di crediti per materia è sempre 2, che si passi con il punteggio minimo di 60 o con il massimo di 100.

Questo metodo garantisce una valutazione più o meno equa (per intenderci: un professore non vi boccerà mai perché oggi si è alzato con il piede sbagliato, scripta manent). Però sicuramente porta gli studenti a non impegnarsi a fondo, a puntare al minimo indispensabile e a non approfondire molto quello che viene spiegato.

 

Altre piccole grandi differenze: l’esame di ammissione

In Giappone si dice che all’Università sia difficile entrare, ma facile uscire. Per l’Italia invece potremmo affermare il contrario ovvero: è facile entrare ma difficile laurearsi.

All’università giapponese, in effetti, gli esami dei singoli corsi sono relativamente facili da passare: come abbiamo visto prima, a volte basta semplicemente essere presenti in classe.

Per essere accettati all’università, però, si devono passare i terribili 受験 (“Juken”), o 入学試験 (“Nyugakushiken”), ovvero gli esami di ammissione. Come funzionano di preciso?

In generale, le università sono inserite in un ranking nazionale; più è alta la posizione che occupano, più gli esami d’ammissione saranno duri.

Nel caso delle università pubbliche (e anche delle università private più prestigiose), prima ancora di fare il test d’ammissione vero e proprio, lo studente dovrà prima sostenere i test Senta, esami nazionali suddivisi per materie. A seconda del ranking occupato dall’università si dovranno sostenere dai due agli otto esami Senta.

Sulla base dei punti accumulati in questa prima fase di test, lo studente potrà candidarsi agli esami d’ammissione veri e propri delle singole università. (Ah, giusto per informazione, per poter fare i test d’ammissione all’Università di Kyoto si devono sostenere sette o otto esami Senta e totalizzare almeno il 92% di risposte corrette!).

Ci sono anche università pubbliche più piccole e meno rinomate che si accontentano dei risultati dei Senta, senza organizzare un’altra sessione d’esami.

Inutile dire che c’è moltissima competitivtà. Molti studenti, finito il liceo, si prendono un anno di 浪人 (“ronin”, letteralmente samurai senza padrone) per dedicarsi interamente allo studio e provare a passare gli esami d’ammissione all’università dei loro sogni l’anno seguente.

 

Perché tanta competizione per un’università?

Perché al contrario della maggior parte delle università italiane, le università in Giappone aiutano gli studenti a trovare lavoro dopo la laurea. Come? Organizzando dei recruiting days nei campus in cui le aziende si presentano, lasciano contatti, fanno colloqui.

Le aziende più grandi vogliono aggiudicarsi i candidati migliori e diciamo pure che le università fanno questo primo screening al posto loro… Il pensiero alla base è: “se sei stato abbastanza tenace, intelligente, disciplinato e competitivo da entrare in università come quella di Tokyo, di Kyoto o alla Waseda, allora significa che probabilmente sei la risorsa che cerchiamo”.

Ecco spiegata, dunque, tutta la fatica mentale, fisica ed economica che i giapponesi fanno sin da piccoli pur di ottenere sempre dei voti alti a scuola. Una buona università non è solo sinonimo di ottima educazione. Una buona università vuol dire innanzitutto un ottimo stipendio.

 

Vita nel campus: non solo lezioni ed esami

Le scuole giapponesi sono famose per avere i club, attività extrascolastiche sia sportive che culturali. Anche all’università ci sono club e circoli di tutti i tipi, proprio come al liceo: si va dai classici baseball, basket e calcio ai più creativi club di teatro Noh e circoli per gli amanti dei libri. Ma se ti capita di frequentare un’università un po’ sopra le righe (e come vi spiegherò un’altra volta, l’università di Kyoto è MOLTO sopra le righe) è possibile che troviate in giro i volantini anche dei seguenti club:

  • club di passeggiate in kimono
  • club di graffitaggio
  • club di scenografie surrealiste
  • club di assaggio di sake
  • club di fischietto

Entrare in un club è anche il modo migliore per farsi degli amici e socializzare: io sto pensando che dal prossimo anno mi piacerebbe entrare nel club di teatro Rakugo o in quello di strumenti tradizionali giapponesi…

 

Durante le lezioni: cosa fare e cosa evitare

Una delle cose che mi ha lasciata più sbalordita da quando studio in Giappone, è che è del tutto normale dormire durante le lezioni. I professori in genere sembrano non accorgersene neanche… però non azzardatevi a masticare caramelle e chewingum!

Se la classe conta pochi studenti, evitate anche di bere: è un atto di scortesia verso il professore che sta spiegando ininterrottamente da mezz’ora e che, a rigor di logica, dovrebbe essere più assetato di voi (anche se io non ci vedrei nulla di male se ogni tanto prendesse un sorso d’acqua).

Un altro aspetto che mi ha sorpresa è la tolleranza verso qualunque tipo di abbigliamento, trucco e acconciatura: se è pur vero che la maggior parte degli studenti si veste normalmente, non è raro avvistare qualche lolita, persone con un makeup pesantissimo o che indossano tute-pigiama (all’università di Kyoto c’è una ragazza che si veste ogni giorno in kimono. E anche un tipo che a volte gira in un costume da Pikachu).

Non esiste gonna troppo corta, capigliatura troppo fluo o borchie troppo borchiose: l’importante è che, se sei una ragazza tu non scopra mai le spalle. Esatto, non importa quanti gradi ci siano il 20 di luglio, in piena sessione d’esami e con l’aria condizionata rotta: se metti un top con gli spallini, dentro o fuori dalla classe, sei comunque una poco di buono.

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