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Kanji: cosa sono e quanti ne esistono?

La scrittura giapponese si compone di tre distinti sistemi che sono hiragana, katakana e kanji, a cui si aggiunge anche il nostro alfabeto latino, chiamato romaji, portandone il numero complessivo a 4. I primi due sono sillabari ed identificano in modo scritto i suoni, o meglio le sillabe, mentre i kanji sono ideogrammi (o logogrammi) il cui scopo è rappresentare per iscritto un concetto, un’intera parola o solo una parte di essa.

La parola Kanji si presenta composta, a sua volta, da due “kanji”: 漢字; può essere tradotta come “caratteri cinesi” o “caratteri han” ed esprime pienamente l’origine di questo specifico tipo di scrittura. Infatti, in origine, i giapponesi non avevano un proprio sistema di scrittura; importarono dalla Cina l’utilizzo di questi ideogrammi, adattandoli alle proprie esigenze ed alla propria pronuncia, molto meno ricca di suoni rispetto a quella cinese.

I kanji sono fondamentali per scrivere e comprendere il significato di una parola, questo perché in giapponese moltissime parole hanno lo stesso suono, per cui se venissero scritte unicamente utilizzando i sillabari la loro comprensione sarebbe più difficoltosa.

Per fare un esempio, la parola “caramella” e “pioggia” si trascrivono entrambe “ame”, così come si trascrivono “hashi” sia la parola “ponte” che la parola “bacchette”. Una stessa pronuncia, anche se con sottilissime flessioni e accenti diversi, può avere anche decine e decine di significati.

Inoltre, il metodo di scrittura tradizionale giapponese non prevede spazi, il che rende la lettura molto più difficoltosa se non venissero utilizzati i kanji, grazie ai quali si riesce ad identificare una parola o parte di essa, immediatamente, semplificandone di molto la lettura.

Questo concetto può sembrare strano e non sempre capito da chi la lingua giapponese non la parla o non si è mai avvicinato al suo studio, ma vi assicuro che i kanji semplificano di molto la lettura e comprensione dei testi giapponesi.

Potete fare riferimento a questo articolo per scoprire come leggere e come scrivere i kanji.

 

Quanti kanji esistono?

Se prendiamo in considerazione l’ultimo dizionario pubblicato in Cina, risalente al 1994, che è considerato il più completo tra i dizionario di kanji, possiamo contarne poco più di 85.500!

Il dizionario giapponese, invece, più grande mai pubblicato è il “dai kanwa jiten”, redatto dallo studioso di lingua giapponese Tetsuji Morohashi nel 1960. E’ composto da 13 volumi per un totale di quasi 14.000 pagine in cui sono raccolti poco più di 50.000 ideogrammi e più di 530.000 frasi di esempio e parole composte.

Questi numeri possono incutere veramente paura! Però, in realtà, questi dizionari riportano tutti i kanji usati nella letteratura antica, i kanji arcaici e quelli oramai andati in disuso; per poter leggere la maggior parte delle parole giapponesi si fa riferimento ad un range che va dai 2.500 ai 3.000 kanji.

Per uno straniero possono sembrare tanti, e probabilmente lo sono anche, ma considerate che i giapponesi iniziano ad imparare i primi 80 kanji in prima elementare per arrivare a 1006 alla fine della 6 elementare (in Giappone il primo percorso di studi è composto da 6 anni).

Joseph F. Kess, nel 1999, ha stimato che questo primo set di 1006 kanji corrisponde a circa il 95% di tutti quelli usati nell’editoria giapponese.

Alla fine delle scuole superiori, invece, il numero di kanji che ogni studente dovrà conoscere corrisponde a 2136, ovvero tutti quelli appartenenti alla lista ufficiale emanata dal Ministero della Pubblica Istruzione giapponese; questo set prende il nome di jōyō kanji.

Nel corso del XIX secolo, quelli che vengono chiamati “kanji per tutti i giorni” sono stati revisionati più volte dal governo giapponese:

  • Nel 1946 vennero ufficializzati i tōyō kanji, una lista di 1850 kanji che potevano essere usati nei documenti ufficiali, a scuola e nei media pubblici
  • Nel 1981 venne emanata una nuova lista chiamata jōyō kanji, che portava il numero totale di kanji utilizzabili a 1945
  • Nel 2010 i jōyō kanji vennero ulteriormente arricchiti, portando il loro numero totale a 2136, anche se vennero rimossi 5 rispetto alla lista precedente

Infine, un’altra annotazione da fare è che esiste anche un lista specifica da cui poter scegliere i kanji che comporranno il nome di una persona giapponese; questa lista prende il nome di Jinmeiyoo e ne contempla 863 a cui possono essere aggiunti i 2136 della lista jōyō.

 

Le 6 categorie di kanji

I kanji, secondo il sistema di scrittura che prende il nome di Rikusho (六書), sono categorizzabili in 6 differenti tipologie; la parola stessa “rikusho” viene tradotta come “I sei principi per scrivere i Kanji”. Questi sono:

Pittogrammi (shōkeimoji)

I pittogrammi sono derivati dalla raffigurazione grafica di ciò che rappresentano; ovviamente nei secoli si sono evoluti rispetto alla loro primissima versione ma, ad esempio, kanji come 人 (persona), 山 (montagna) o 口 (bocca) sono tutte stilizzazioni del loro stesso significato.

Ideogrammi (shijimoji)

Gli ideogrammi sono molto simili ai pittogrammi, ma identificano la rappresentazione grafica di un concetto invece di un cosa fisica; alcuni esempi sono下 (sotto), 上 (sopra), 本 (radice, tra i vari significati).

Composti semantici (kaiimoji)

Per composto semantico si intendono tutti quei “singoli kanji” che però, al loro interno, sono formati da più kanji; alcuni esempi sono 炎 (fiamma, composto da 2 kanji di fuoco), 森 (foresta, composta da 3 kanji di albero) o ニ (due, composto da due kanji di 1).

Composti semantico-fonetici (keiseimoji)

Vengono definiti composti semantico-fonetici tutti quei kanji singoli che, come sopra, sono composti da più kanji (solitamente due), ma in questa casistica una parte serve ad indicarne il significato o il contesto mentre l’altra la fonetica; rappresentano la maggioranza assoluta; un esempio è poesia (詩), che viene letto “shi” ed è formato dalla combinazione di言 (dire, parola) e 寺 (tempio, che può essere pronunciato “shi” o “ji”).

Caratteri derivati (tenchūmoji)

Questo gruppo fa riferimento a quei kanji che nel tempo hanno assunto anche un nuovo significato derivato, o collegato, al loro significato inziale. Per esempio, 楽 significa musica, ma allo stesso tempo significa anche divertimento.

Kanji prestati (kashamoji)

Questa particolare categoria racchiude tutti quei kanji (o concatenazione degli stessi) utilizzati unicamente per la loro pronuncia, senza considerarne minimamente il significato; solitamente vengono utilizzate per indicare una nazione, come ad esempio “America” (U.S.A.) che può essere scritta, oltre che in katakana, anche 亜米利加 (a-me-ri-ka) o anche “Italia” scritta 伊太利 (i-ta-ri).

Una categoria “extra” che ha la stessa logica dei kashamoji è chiamata con il nome “Ateji”; questa viene usata principalmente, ma non solo, per riferirsi a termini storici stranieri, solitamente portoghesi, olandesi e sanscriti.

Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^