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Tengu nel folklore giapponese

Tengu: creature mitologiche del folklore giapponese

I Tengu sono tra le creature mitologiche e soprannaturali più famose del folklore giapponese. Nella loro versione iconografica sono rappresentati come un incrocio tra un uccello ed un essere dalle sembianze umane.

In realtà, nelle loro prime raffigurazioni, avevano sembianze molto vicine a quelle di un’aquila, o comunque ad un rapace un po’ antropomorfo, con una testa quasi interamente di uccello, compressivo di becco. A partire da XIV secolo le loro sembianze cambiano, o meglio, si aggiunge una nuova versione: diventano più simili ad un uomo, con il becco che viene sostituito da un lunghissimo e caratteristico naso; inoltre la loro faccia viene quasi sempre rappresentata con una tonalità rosso acceso.

I Tengu non sono ben circoscritti come classificazione, infatti sono considerati sia degli yōkai, ovvero degli esseri soprannaturali, sia dei kami, ovvero delle divinità shintoiste; sono anche associati con Sarutahiko Ōkami, la divinità shinto a capo degli altri kami terrestri, probabilmente per via del naso prosperoso; ed anche la loro origine nella mitologia giapponese non è ben definita.

 

Origine dei Tengu

Le origini giapponesi del Tengu non sono ancora ben chiare; molto probabilmente è associato ad una creatura del folklore cinese, ovvero Tiangou, con cui condivide anche i kanji del nome. Infatti sia Tengu che Tiangou sono scritti 天狗 anche se la fonetica è diversa, ed il suo significato è “cane celestiale”.

Tiangou è un feroce demone nero dalla forma canina, rappresentato anche come una meteora, che mangia il sole e la luna durante le rispettive eclissi, sempre che non sia “spaventato”. La sua storia nasce quando Hou Yi, un arciere della mitologia cinese, spegne i 9 soli nel cielo (le leggende cinesi raccontano che in origine esistessero 10 soli che si alternavano nel cielo, fino all’intervento di Hou Yi) e come ricompensa riceve dalla Regina Madre d’Occidente la possibilità di diventare immortale semplicemente ingoiando una “pasticca”.

Ma Hou Yi fu anticipato da sua moglie, Chang’e, che desiderava rimanere bella e giovane per l’eternità; dopo averla mangiata, però, la gravità terrestre allentò la presa sul suo corpo e Chang’e venne attirata in cielo.

Il cane nero di Hou Yu vide la scena e corse nella stanza dove Chang’e aveva preso la pasticca, ne trovò dei residui, ed iniziò a leccarli; anche lui iniziò a lievitare e rincorse la sua padrona, diventando sempre più grande, terrorizzandola a tal punto che Chang’e si nascose sulla luna. Il cane, piuttosto che nulla, mangiò l’intera luna.

Quando la dea Regina Madre d’Occidente (che prende il nome di Seiōbo in giapponese) lo scoprì, fece sputare al cane la luna e la moglie di Hou Yu e decise che quel cane si sarebbe chiamato “Tiangou” e che sarebbe stato il guardiano dei cancelli divini. Chang’e rimase a vivere sulla sula e diventò la dea cinese della Luna.

La prima volta che un Tengu viene citato in Giappone è nel 23° capitolo del Nihon Shoki, scritto nel 720, dove si fa riferimento proprio ad una stella cadente o ad un cane celeste, indicato con i kanji 天狗.

Altri studiosi, però, associano la figura del Tengu a quella di Garuda, una creatura mitologica indù che nell’iconografia è rappresentata a volte come un’aquila con le ali leggermente aperte, altre volte antropomorfizzato con il naso, la bocca e le zampe d’aquila e le ali di color oro; a volte con sole due braccia, altre volte con quattro; inginocchiato e con le mani nella posizione del namaste.

Garuda è anche il re degli uccelli e nemico e cacciatore dei Naga, un’antica razza di uomini-serpenti.

Un’assonanza tra Tengu e Garuda la si può trovare in una delle prime storie raccolte nel Konjaku Monogatari, quando viene narrato di un tengu che porta via un drago, che può far pensare alla guerra tra Garuda ed i Naga, anche se un “tirata”.

In ogni caso entrambe le versioni hanno un’origine buddista, che vedeva i tengu come esseri demoniaci, molto vicini agli Oni, arroganti e generatori di guerre. Col passare dei secoli, però, la loro rappresentazione è leggermente mutata, diventando molto meno demoniaca, anche se comunque pericolosa, trasformandoli negli spiriti che proteggono le foreste e le montagne.

Tengu sul Monte Kurama, a Kyoto

Probabilmente la più famosa di tutte è il Monte Kurama a Kyoto, dove risiede Sōjōbō, il re dei Tengu.

 

Classificazione dei Tengu

Come scritto nel Genpei Jōsuiki, (la versione estesa dei Heike Monogatari, un poema epico giapponese scritto verso la fine del periodo Kamakura), una divinità apparve all’imperatore Go-Shirakawa, il 77° imperatore del Giappone, e lo ragguagliò sulle caratteristiche dei Tengu.

Disse che, essendo questi ultimi buddisti, alla loro morte non sarebbero potuti andare all’inferno (inteso come Diyu, ovvero l’inferno eterno della mitologia cinese) ma non sarebbero potute neanche andare nel Nirvana perché in vita sono state persone con un orgoglio spropositato; quindi arrivano sulla terra sotto forma di Tengu ma, se in vita sono state figure di un certo calibro diventano Daitengu o Ōtengu (大天狗, grandi tengu), se invece sono stati ignoranti e incapaci allora prendono le sembianze di Kotengu (小天狗, piccoli tengu).

Daitengu e Kotengu

I Daitengu sono creature dall’aspetto molto più simile a quelle di un essere umano, con la faccia di color rosso, ali piumate sulle spalle, artigli, vestiti da yamabushi (ovvero da monaco asceta che vive isolato tra montagne, solitamente seguendo la dottrina Shugendō) ed un lungo naso dall’aspetto fallico; si dice che la forza fisica e spirituale di un tengu sia proporzionale alla lunghezza del suo naso.

Come dimostrano i vestiti che indossano, i daitengu vivono come eremiti nella parte più interna delle montagne giapponesi, trascorrendo le loro giornate in isolamento e meditazione. Sono saggi, possono essere anche buoni e talvolta insegnare agli umani più rispettosi e coraggiosi alcune delle loro magie e della loro conoscenza, ma in linea di massima rimangono esseri selvaggi che se “turbati” possono provocare anche catastrofi naturali.

I tre Daitengu più potenti e famosi sono Sōjōbō del Monte Kurama, Tarōbō del Monte Atago e Jirōbō dei Monti Hira, ma ne esistono anche altri, come Sankibō di Miyajima, Daranibō del Monte Fuji, Naigubu del Monte Takao, etc.

I Kotengu, invece, sono molto più simili ad un uccello che ad un essere umano, indossano anche loro abiti da yamabushi e vivono in solitudine, ma sono sempre malvagi verso gli esseri umani; rubano ai monaci, commettono omicidi e torture per il loro solo divertimento, rapiscono le persone portandole in alto nel cielo per poi farle precipitare al suolo, oppure lasciandole sulle cime degli alberi più alti in modo che muoiano da sole non riuscendo a scendere o ad essere salvate.

La loro ignoranza fa sì che abbiamo una grandissima fiducia in loro stessi, il che li porta a credere di sapere tutto; questo li rende più facili da ingannare da chi ha un’intelligenza più elevata della loro.

Esiste anche un tengu acquatico chiamato Kawatengu, che vive nell’area di Tokyo, ed un altro che in realtà è classificati come Kappa anche se porta il nome di Shibatengu (tengu del prato), che vive nella prefettura di Kōchi sull’isola di Shikoku.

 

Sōjōbō, il Re dei Tengu, e Minamoto no Yoshitsune

Il Daitengu più forte ed importante di tutto il Giappone è Sojobo, il Re dei Tengu, che vive sul Monte Kurama a Kyoto, e di cui si dice che abbia la forza di mille tengu normali.

E’ rappresentato con un corpo umano alato, con barba e capelli lunghi e bianchi e con uno dei nasi più prominenti del Giappone; il suo nome deriva dalla valle che si trova nei pressi del Santuario Kifune e che prende il nome di Sōjōgatani; essendo il re dei tengu, la sua forza e le sue abilità magiche sono tra le più potenti: oltre che volare, può rendersi invisibile, comunicare telepaticamente, cambiare forma (come fanno anche le kitsune) e prevedere il futuro.

A Sōjōbō è anche associata una leggenda molto famosa.

Sōjōbō, il Re dei Tengu, e Minamoto no Yoshitsune

Si narra, infatti, che un ragazzino di nome Ushiwakamaru si addentrò sul Monte Kurama ed attraversò tutta la valle Sōjōgatani per sottoporsi ad un duro allenamento insieme al tengu che abitava su quella montagna; nonostante tutti sapessero che Sojobo era molto feroce e divorasse i bambini che si addentravano troppo all’interno dei suoi monti, quando vide la caparbietà ed il coraggio dimostrato da Ushiwakamaru, decise di allenarlo e di insegnargli le sue abilità magiche ma soprattutto quelle nell’arte della spada.

Dopo aver completato il suo addestramento, Ushiwakamaru cambio nome e divenne Minamoto no Yoshitsune, ad oggi considerato uno dei guerrieri giapponesi più forti e famosi di sempre.

Minamoto no Yoshitsune fu un samurai del clan Minamoto, che visse tra i periodi Heian e Kamakura; quando suo padre morì durante la guerra civile del 1160 chiamata “Ribellione di Heiji”, tra il suo clan e quello dei Taira, suo fratello maggiore e successore del clan fu esiliato nella provincia di Izu, mentre Yoshitsune fu mandato al Tempio Kurama.

Circa vent’anni dopo si riunì a suo fratello, e nella battaglia di Ichi-no-Tani, prima, e nelle battaglie di Yashima, poi, sconfisse il clan Taira. Ma dopo la guerra di Genpei, l’imperatore Go-Shirakawa gli cheise di andare in guerra contro suo fratello Yoritomo; Yoshitsune accettò ma venne sconfitto ed infine tradito; questo lo portò a fare seppuku insieme a sua moglie ed a sua figlia nel 1189.

Dopo 3 anni da quell’evento, l’Imperatore diede a Yoritomo il titolo di shōgun, e quest’ultimo fondò lo shogunato Kamakura.

Ma nonostante la sua morte, la storia di Minamoto no Yoshitsune ha ispirato molte leggende e narrazioni, tra cui un’intera sezione dell’Heike monogatari, uno dei romanzi epici di guerra più importanti della letteratura classica giapponese.

 

Tengu no Kakuremino

Questa racconto popolare narra di un ragazzo, di nome Hikoichi, che era venuto a sapere dell’esistenza di un mantello dell’invisibilità di proprietà di un tengu che viveva nei pressi del suo villaggio; il suo desiderio di averlo era così forte che escogitò un trucco per farselo dare.

Un giorno salì sulla montagna ed iniziò a guardare all’interno di una canna di bambù, gridando “Che meraviglia!! Riesco a vedere tutte le città in lontananza!!”; il tengu lo sentì e si avvicinò ad Hikoichi, chiedendogli “Cosa c’è di così bello in quella canna di bambù? Fammi guardare”, ma il ragazzo gli rispose “Giammai! Quando guardi qui dentro riesci a vedere vicinissimo posti molto lontani; non esistono altre cose così eccezionali!”. A quel punto il tengu diventò ancora più curioso e supplicò Hikoichi di fargli provare il bambù, in cambio gli avrebbe fatto provare il suo mantello magico che rende le persone invisibili quando viene indossato.

Il ragazzo capì che stava per avere quello che desiderava, ma riuscì a trattenere un sorriso intrigante, e disse “Ma quel mantello è così vecchio e sporco, sicuro che riesca a farmi scomparire? Comunque se insisti tanto…”. I due si scambiarono i rispettivi oggetti ma quando il tengu guardò all’interno della canna di bambù esclamò “Non vedo nulla, come fai a farlo funzionare?”, ma girandosi non vide più nessuno e capì di essere stato imbrogliato e che Hikoichi oramai era andato via con il suo mantello dell’invisibilità.

Il tengu di montagna fu così abbindolato… ma la storia continua raccontando le vicissitudini del ragazzo.

Infatti, tornato al suo villaggio, il ragazzo corse subito nel negozio di sake; entrando notò che nessuno lo vide, quindi fu entusiasta del fatto che il mantello funzionasse davvero; andò vicino ad una botte e bevve finché non fu completamente ubriaco, poi barcollando, torno a casa, gettò il mantello vicino al futon e si addormentò.

La mattina dopo, ricordando cosa era riuscito a fare il giorno prima, iniziò ad elaborare nuove malefatte mentre cercava il mantello senza riuscire però a trovarlo; chiese a sua madre che gli rispose “Ah era tuo? Era così sporco che l’ho buttato nel fuoco”; Hikoichi corse verso il camino, ma il mantello oramai era diventato cenere. Dopo un attimo di disperazione, si spogliò, raccolse le ceneri e con esse si cosparse tutto il corpo, diventando lui stesso invisibile.

Contento, il ragazzo si diresse verso un’abitazione dove era in corso un abbondante banchetto ed iniziò a mangiare e bere tutto quello che trovava; i commensali non vedevano lui, ma potevano vedere il cibo ed i bicchieri volare nel vuoto; più passava il tempo, però, e più la cenere iniziava a staccarsi dal suo corpo rendendolo semi visibile.

Quando tutti capirono che quello nella stanza era Hikoichi, lo circondarono e gli gettarono addosso dell’acqua; la cenere fu lavata via e lui rimase nudo e visibile nella stanza; “Dovresti vergognarti di te, povero sciocco, a camminare nudo in giro ed a fare queste malefatte” gli gridarono ed il ragazzo fu costretto a ritornarsene a casa intontito, deriso e completamente nudo.

 

Akihabara ed i Tengu

Quale potrebbe essere la relazione tra Akihabara, la città dell’elettronica e degli otaku di Tokyo, ed i Tengu, esseri sovrannaturali che vivono nelle zone più interne delle montagne giapponesi?

Akihabara, quartieri di Tokyo, Giappone

Sembrerebbe che nel 1869, durante il periodo Meiji, l’area attuale dove oggi sorge il quartiere di Akihabara venne completamente rasa al suolo da un incendio (la cosa era avvenuta già altre volte in passato), ci fu una devastazione impressionante.

Per questo motivo il Governo Meiji decise di non ricostruire in quell’area; così facendo, nel caso di nuovi incendi, quel “campo” vuoto avrebbe funto da barriera evitando il proliferare delle fiamme.

Nel mezzo di questo campo rimasto vuoto (dove oggi sorge la stazione di Akihabara), nel 1870 venne costruito un piccolo santuario chiamato “Chinka-sha” al cui interno erano custoditi i kami del fuoco (Kagutsuchi), dell’acqua (Mizuhanome) e della terra (Haniyasu).

Questi kami, però, sembra non fossero molto noti alla popolazione di più “basso livello” che abitava in quelle zone, perciò iniziarono a credere che nel santuario fosse custodita la divinità shinto-buddista chiamata Akiba Gongen, o Akiha Daigongen; quindi in modo non ufficiale, le persone iniziarono a chiamare quella zona “Akiba-sama”, “Akiba-no-hara” o “Akibappara” che può essere tradotto come “il campo di Akiba”, e col tempo anche il santuario prese il nome di Akiba-sha.

Con l’arrivo della stazione ferroviaria, nel 1888, il nome fu ufficialmente cambiato in Akihabara mentre il santuario fu spostato a Taito-ku e rinominato Akiba jinja.

A questo punto sappiamo il perché Akihabara si chiama così, ma non sappiamo ancora cosa la lega ai Tengu!

Bene, Akiha Daigongen è la divinità protettrice dagli incendi forse più nota in Giappone; il suo santuario principale si trova a Shizuoka, sul monte Akiha e lui è rappresentato come un karasu tengu, col becco d’aquila, avvolto da un’aurea di fiamme rosse e gialle che, stando in piedi, cavalca una volpe bianca che ha dei serpenti avvolti intorno alle sue zampe.

La sua iconografia è praticamente identica a quella Izuna Gongen, la divinità sincretica (combinazione tra shintoismo e buddismo) adorato dai praticanti del culto shugen di Izuna, nella prefettura di Nagano, e quella di Dōryō Gongen, adorato nel santuario Saijō-ji della setta buddista Soto Zen di Odawara.

Fabrizio Chiagano
Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^

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