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Serpenti, animali del folklore giapponese

Serpenti: gli animali nel folklore giapponese

I serpenti nella mitologia giapponese sono visti principalmente sotto tre forme: come messaggeri di Ryujin, il Drago divinità dei mari, come esseri muta forma che adescano gli essere umani o come divinità del tuono.

Draghi e serpenti sono spesso confusi tra di loro, ma in generale si ritiene che i serpenti siano un’entità minore dei draghi, anche per questo spesso i sacerdoti shintoisti si adoperano per evitare che le dimore di questi animali vengano distrutte o possano subire dei danni.

Ad Iwakuni, a sud-ovest di Hiroshima, è possibile visitare il “Museo del serpente bianco” dove vivono serpenti vivi bianchi, in giapponese “shirohebi”, che si pensa siano divinità buone e che portino fortuna; qui si trova anche il Santuario “Shirohebi Jinja” dove si venera Benzaiten, una dei “7 dei della fortuna” e conosciuta anche come la “bianca dama serpente”.

Esistono poi molte leggende legate a Yokai dalla forma di serpente o semi-serpente.

 

Kiyohime, il potente demone serpente

La leggenda di Kiyohime è una delle storie più raccontate in Giappone, di cui esiste anche una famosa rappresentazione Noh chiamata “Dōjōji”.

Kiyohime, la donna serpente del folklore giapponese

Un tempo, un monaco buddista di nome Anchin pellegrinava ogni anno da Matsu a Kumano, e ad ogni passaggio soggiornava per una notte nell’abitazione della famiglia Masago no Shōji, una ricca famiglia che dava sempre ospitalità ai sacerdoti in pellegrinaggio.

Kiyohime era la figlia di Shōji, il capofamiglia e signore della tenuta; la giovane ragazza si invaghì di Anchin, il quale per scherzo le disse che se sarebbe stata brava e gentile, quando sarebbe diventata adulta l’avrebbe sposata e portata con lui a Matsu.

Qualche anno dopo, Kiyohime ricordò al monaco della sua promessa; qui esistono due rami della narrazione.

Il primo racconta che Anchin prolungò la sua permanenza di qualche giorno nell’abitazione di Kiyohime per rimanere in intimità con lei, perché in realtà anche lui ne era innamorato; ma poi ricordandosi di essere un monaco devoto, iniziò ad essere freddo verso di lei, non considerandola più.

Il secondo dice che Anchin rimase sorpreso dal fatto che la giovane donna avesse creduto alle sue parole, perciò nonostante gli promise che al ritorno si sarebbe fermato con lei, non lo fece e proseguì per il suo pellegrinaggio.

In entrambe le narrazioni, però, la conclusione della storia è la stessa. Il dolore provato da Kiyo hime fu così forte che decise di inseguire Anchin per sposarlo; lo seguì e lo trovò lungo il cammino che portava al Tempio Dōjō-ji, lungo le rive del fiume Hidaka. Quando lei lo raggiunse, lo vide e lo chiamò, ma il monaco fece finta di non conoscerla; inoltre pagò il barcaiolo per portarlo sull’altra sponda del fiume e per non trasportare la ragazza in nessun caso.

Raggiunto il fiume, Kiyohime non considerò minimamente il barcaiolo, e si gettò nel fiume nuotando fino all’altro lato del fiume; ma nel mentre, vedendo il totale menefreghismo del suo amato monaco, non resse più alla rabbia e si trasformò in un essere sovrannaturale, dalla forma di un grande serpente sputafuoco con corna e scaglie di metallo.

Anchin si spaventò e corse al Dōjōji, nascondendosi nella grande campana in bronzo del tempio, ma fu facilmente trovato da Kiyohime che si avvolse intono alla campana, sputando fuoco dalla bocca e facendola diventare una fornace incandescente; ovviamente il monacò morì.

Avendo placato la sua rabbia ed essendosi resa conto che il suo amore era morto, Kiyo hime si gettò nel fiume ed annegò. Si racconta che ancora oggi il suo spiritò vaghi sulle sponde del fiume Hidaka.

 

La leggenda del Kami Serpente Bianco

Il libro “Ancient Tales and Folklore of Japan”, pubblicato nel 1908, è una raccolta di leggende sul folklore giapponese, trascritte da Richard Gordon Smith, un gentiluomo e viaggiatore inglese che visse per molti anni in Giappone e che fu insignito del titolo di Quarto Ordine del Sol Levante, un’onorificenza fondata dall’Imperatore Meiji.

Nel capitolo 54 viene raccontata la storia di della divinità chiamata “Hakuja no Myojin”.

Harada Kurando era uno dei principali vassalli ed un ottimo spadaccino e maestro di scherma del daimyō di Tsugaru; anche se non era il più anziano della corte, appellativo che spettava a Hira Gundayu, anch’esso maestro di scherma, era comunque molto più bravo di quest’ultimo.

Un giorno, al fine di incoraggiare l’arte della scherma, il daimyō organizzò un torneo tra tutti i suoi vassalli mettendo in palio per il vincitore un’immagine dorata della dea Kannon; i finalisti furono proprio Harada e Hira, ma la bravura di Harada non aveva paragoni, e fu proprio lui a vincere, ricevendo direttamente dalle mani del daimyo il premio promesso.

Hada, però, non accettò la sconfitta e giurò vendetta; lasciò il torneo insieme a quattro dei suoi fedelissimi, organizzando l’aggressione ad Harada per quella stessa sera; si nascosero lungo la strada, aspettandolo per tre ore, fin quando non sopraggiunse ubriaco e barcollante per i festeggiamenti.

I cinque sbucarono dal buoi e lo decapitarono; gli rubarono l’immagine dorata di Kannon che aveva vinto e scapparono lontano da Tsugaru.

Quando il corpo di Harada fu ritrovato, ci fu un grande dolore, e suo figlio sedicenne Yonosuke giurò vendetta ottenendo anche un permesso speciale da parte del daimyo per uccidere Hara quando e come desiderava; dopotutto la sua scomparsa era un prova più che sufficiente a dimostrare la sua colpa.

Yonosuke vagò per cinque anni prima di riuscire a trovare Hira; era diventato il maestro di scherma del signore feudale di Gifu; viveva nel suo castello e usciva raramente, per cui sarebbe stato difficile per Yonosuke avvicinarlo.

Per questo motivo il figlio di Harada cambiò il suo nome in Ippai e fece domanda per diventare l’assistente privato di Hara; fu scelto.

All’inizio dell’estate si tenne un grande ricevimento per festeggiare il quinto anniversario di Hira come samurai del daimyō; fu preparato un banchetto con cibo e sakè, che fu posizionato davanti alla figura dorata delle Dea Kannon (rubata cinque anni prima); tutti gli invitati si ubriacarono e si addormentarono; la mattina dopo l’immagine di Kannon era scomparsa.

Dopo qualche giorno dai festeggiamenti, Ippai si ammalò, ma non avendo soldi per curarsi peggiorò velocemente; nessuno sapeva come aiutarlo, ma lui non sembrava essere triste, chiese solamente di avere di fronte a lui un vaso con all’interno una “Rohdea japonica”, così da poterla guardare continuamente; ovviamente la sua richiesta fu accolta senza esitazione.

Quello stesso autunno Ippai morì e fu sepolto, ma dopo il funerale i servi si accorsero che nella stanza in cui era morto era presente un piccolo serpente bianco che si era arrotolato intorno al vaso di rohdea; cercarono di toglierlo ma senza riuscirci, così decisero di gettare il vaso ed il serpente nello stagno; ma con loro stupore il serpente non si srotolò; allora lo raccolsero e lo gettarono nel fiume, ma ancora nulla, il serpente stringeva sempre con più forza quel vaso cercando di non far cadere la piante che conteneva.

La voce di questa strana situazione raggiunse tutto il castello, ed alcuni samurai decisero di scendere lungo il corso del fiume; il serpente era ancora lì; uno dei samurai allora estrasse la spada, ruppe il vaso e ferì il serpente, che se ne andò; dal vaso rotto cadde l’immagine perduta di Kannon ed un permesso per uccidere “qualcuno di non definito” timbrato per dal daimyō di Tsugaru.

Il samurai ne fu molto felice e corse a dare la buona notizia ad Hira; quest’ultimo però non ne sembrò per nulla contento, impallidì ed iniziò a tremare dopo aver sentito l’intera storia; capì che in realtà Ippai altro non era che il figlio di Harada.

Dopo un attimo, Hira ricordò di essere un samurai e si diede un contegno, ringraziò e indì una grande festa per quella sera stessa; chi gli portò la notizia, però, si ammalò quasi immediatamente e non poté partecipare.

La festa si tenne ugualmente, e dopo aver congedato gli invitati, Hira andò a letto. Nel mezzo della notte si svegliò, aveva un senso di soffocamento, si contorceva ed emanava stani gorgoglii dalla bocca; sua moglie, sentendolo accese una luce, ed in quel momento vide un serpente bianco arrotolato intorno alla gola di Hira; oramai era troppo tardi, suo marito era viola in volto ed i suoi occhi fuori dalle orbite.

Il giorno seguente il signore di Gifu mandò dei messaggeri a Tsugaru per raccogliere informazioni su tutti gli attori di quella vicenda; dopo aver accertato la verità, il daimyō di Gifu, mosso dallo zelo di Yonosuke nel seguire i suoi doveri, restituì l’immagina dorata di Kannon alla famiglia in lutto di Harada, commemorando il serpente bianco in un santuario con il nome postumo di “Hakuja no Myojin”, letteralmente “Divinità del Serpente Bianco”.

 

Nure-onna

Nure-onna, yokai giapponese

Nure-onna, 濡女, è uno yokai del folklore giapponese il cui nome significa “donna bagnata”; ha il corpo di un serpente e la testa di una giovane donna con lunghi capelli scuri e bagnati (da qui il suo nome), ed è imparentata con un altro yokai dell’isola di Kyūshū, un “vampiro” chiamato “Iso onna”, con cui condivide alcune modalità di adescamento delle sue prede umane ed i luoghi in cui vivono.

Infatti la Nure-onna appare sulle coste di mari e fiumi, nascondendo il suo corpo serpentino in acqua, ed utilizza il suo viso per attrarre pescatori o bagnanti; ci sono molte versioni e storie che parlano di come questo yokai interagisce con gli esseri umani.

Alcune dicono che quest’essere sovrannaturale emerga dalle acque simulando di star annegando per poi divorare i suoi soccorritori; altre raccontano che giri in solitudine con in braccio un fagotto dalle sembianze di un neonato e che chieda ai passanti di tenerlo in custodia, se questi ultimi tentano di capire cosa ci sia dietro le fasce, la nure-onna li divorerà, al contrario se chi lo ha preso in custodia non ha interesse nello sbirciare, viene risparmiato e lasciato in vita.

Altre leggende ancora narrano che la nure-onna stia per i fatti suoi a lavare i suoi capelli e che diventi pericolosa e virulenta solamente se disturbata.

Sembra che il suo corpo abbia una lunghezza di circa 3 chō, un’antica unità di misura giapponese che corrisponde a circa 110m per chō; quindi il corpo di questo yokai sarebbe lungo circa 330m.

 

Tsuchinoko, il serpente tozzo

Tsuchinoko

Gli Tsuchinoko sono dei serpenti dalla corporatura strana, degli yokai o comunque degli esseri appartenenti alla mitologia giapponese. Hanno la parte centrale del corpo più larga rispetto alla testa ed alla coda, facendoli sembrare tozzi o comunque grassi; un po’ come quando un serpente mangia qualcosa più grande di lui che ne ingrossa la parte centrale del corpo (forse proprio da questa visione nasce la leggenda dei tsuchinoko).

Hanno un lunghezza che va dai 30 agli 80 centimetri, dispongono di un veleno mortale simile a quello delle vipere; vivono in tutto il Giappone tra gli alberi ed i corsi dei fiumi, vanno in letargo in inverno e sono attivi tra la primavera e l’autunno; sembra anche che esistano raffigurazioni di questi esseri già dal periodo Jōmon (10000 a.C. – 300 a.C.).

Una loro caratteristica particolare è quella di muoversi rotolando su di un lato oppure quella di “mangiarsi” la coda e di formare una specie di ruota, così da poter rotolare velocemente 🙂 sono anche capaci di fare salti fino a cinque metri e sono dei grandi appassionati di sakè. Sembra che possano anche parlare il linguaggio umano.

Volendoli paragonare con un essere vivente già conosciuto, si potrebbe dire che, a parte le zampe, sono praticamente identici alla lucertola chiazzata dalla lingua blu, come quella nella foto sopra.

Fabrizio Chiagano
Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^

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