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Neko: I gatti nel folklore e nella cultura giapponese

La parola giapponese per gatto è Neko, scritta con il kanji 猫. Sembra che il gatto sia arrivato in Giappone dalla Cina, quasi sicuramente intorno all’anno 538 d.C. insieme al buddismo; sembra infatti che i monaci, per tenere al sicuro i manoscritti buddisti dai topi, avessero sempre almeno un gatto nei templi.

La prima registrazione ufficiale in cui si parla di un gatto è quella riportata sul diario dell’imperatore Uda, che governò il Giappone tra il 887 ed il 897 d.C., in cui si dice che avesse un gatto di colore nero. Invece, il primo nome di gatto, registrato su un documento ufficiale, è stato “Myobu no Otodo”; questo era il gatto dell’imperatore Ichijo (980 – 1011), e si racconta che al suo servizio (del gatto) ci fosse un’intera corte di donne, il cui compito era nutrirlo e prendersene cura.

Ma il buddismo, oltre ad importare i gatti come animali “mangia-topi” e come animali domestici, portò in Giappone anche varie leggende e superstizioni legate a questo animale. Va ricordato, infatti, che quando Buddha morì, tutti gli animali si riunirono intorno a lui e piansero, ad eccezione del serpente velenoso e del gatto… ora, qualcuno dice che il gatto sapesse già dell’immortalità di Buddha, quindi nella sua saggezza piangere non avrebbe avuto senso, altri dicono che il gatto stette in disparte perché aveva un animo malvagio (o semplicemente menefreghista 🙂 ).

In ogni caso, nel corso dei secoli, in Giappone si sono tramandate molte leggende sui gatti, alcune parlavano delle loro malvagità e della loro capacità di mutare forma, altre delle loro capacità soprannaturali, altre della loro intelligenza e saggezza.

Ad esempio, i marinai giapponesi utilizzavano i gatti, preferibilmente quelli pezzati con 3 colori differenti, per la loro abilità di far restare le anime delle persone morte in mare negli abissi più profondi. Infatti, si dice che le creste delle onde altro non siano che le mani delle persone morte nelle acque del mare, che tentano di aggrapparsi alle navi per tornare in superficie; ma i gatti, con la loro sola presenza, riescono a tenerle distanti ed a non farle tornare in superfice.

Scopriamo quali sono alcune storie e curiosità della cultura giapponese che hanno come protagonisti i neko.

 

Bakeneko e Nekomata

I Bakeneko ed i Nekomata sono due diversi yōkai del folklore giapponese. Entrambi nascono da un normalissimo gatto che muta forma quando la sua età diventa molto longeva, ma anche se diventano eccessivamente grandi fisicamente.

Acquisiscono poteri magici e possono essere sia malvagi che buoni, diventano in grado di cambiare la loro forma ed in alcuni casi di praticare la negromanzia.

Per approfondire caratteristiche e leggende, potete fare riferimenti a questo articolo specifico che parla unicamente di Bakeneko e Nekomata.

 

Kasha

Il Kasha, il cui nome scritto 火車 significa “carro che brucia”, è uno yokai. Inizialmente i kasha erano visti come Oni o messaggeri “infernali” con il compito di portare i cadaveri delle persone che sono state malvagie in vita nelle tenebre, utilizzando il loro carro infuocato. Col tempo le loro fattezze sono cambiate, diventando una versione particolare di bakeneko che mostra la sua vera essenza durante i riti funebri in quanto ruba i cadaveri per mangiarli o trasformarli in sui fantocci.

Kasha, i gatti yokai giapponesi

Siccome una volta che un kasha ha preso con se un cadavere diventa impossibile recuperarlo, in molte zone del Giappone sono state escogitate alcune tecniche per evitare la sua apparizione o per trarlo in inganno. A Yamanashi, i monaci facevano due funerali, il primo mettendo dei sassi all’interno della bara, il secondo mettendoci il cadavere; in questo modo lo yokai avrebbe rubato i sassi; a Miyazaki, prima di iniziare il rito funebre, i monaci cantano “baku ni wa kuwasen, kasha ni wa kuwasen” ovvero “non essere mangiato da un baku, non essere mangiato da un kasha”; a Ehime veniva posto un rasoio sulla cima della bara così da impedire al kasha di rubare il corpo.

Nella letteratura classica giapponese è possibile trovare alcuni riferimenti ai kasha; ad esempio, nel “Bōsō Manroku” si narra che durante alcuni funerali, improvvisamente iniziasse a piovere ed a soffiare un forte vento, così imponente da far volare via la bara e far perdere ogni traccia del cadavere; in realtà quella era la norma con cui lo yokai, arrivando dall’inferno, si manifestava.

 

Neko no Myojutsu ed il “Vecchio Gatto”

Neko no Myojutsu è parte della raccolta di saggi intitolata “Inaka Soshi” (traducibile come “Il taoista contadino”), scritta nel 1727 da Issai Chozan, soprannome di un samurai appartenente allo Sekiyado-han, uno dei feudi dello shogunato Tokugawa durante il periodo Edo.

E’ uno dei testi più popolari sulle arti marziali, ed è studiato ancora oggi; la storia al suo interno racconta di uno spadaccino di nome Shōken, la cui casa era stata presa di mira da un topo enorme che vagava liberamente al suo interno senza remore o paura, sia di notte che di giorno.

Il suo gatto domestico non riusciva a catturarlo, anzi era impaurito da questo topo, ed ogni volta che lo vedeva fuggiva spaventato. Anche i gatti dei vicini non riuscivano in nessun modo a prenderlo. Allora lo spadaccino provò a liberare in casa alcune puzzole selvatiche; queste accerchiarono il topo e lo attaccarono, ma in poco tempo furono tutte sconfitte.

A questo punto Shoken decise che avrebbe fatto da se, utilizzando la sua spada e la sua abilità, ma nulla, il topo si sbeffeggiava dei suoi attacchi saltando a destra e a sinistra e schivando ogni colpo che il samurai tentava di infliggergli.

L’ultima possibilità fu quella di chiedere aiuto al “Vecchio Gatto” che viveva cinque città più in là della dimora di Shoken. Al suo arrivo, il samurai restò perplesso dall’aspetto del gatto: era anziano e simile a tutti gli altri gatti, nonostante la sua fama; nonostante ciò decise di lasciarlo provare.

Il Vecchio Gatto entrò nella stanza dove girovagava il topo, lo vide e si fermò a guardarlo per un istante; il topo si irrigidì smettendo di muoversi, a questo punto il gatto si avvicinò con naturalezza, lo prese per il collo e lo portò fuori esibendolo al proprietario di casa.

Quella sera stessa, tutti gli altri gatti andarono a fare i loro complimenti al Vecchio Gatto e gli chiesero di insegnare loro le sue tecniche e la sua arte, perché nonostante la loro bravura riconosciuta nel catturare topi, non erano riusciti neanche ad avvicinarsi a quel topo gigante.

A quelle richieste, l’anziano gatto fece una piccola risata e poi chiese ai presenti di raccontargli quale fosse il loro addestramento.

Il gatto nero rispose: “A me stato insegnato ad infilarmi in buchi strettissimi, a saltare fino a 2 metri ed a compiere ogni sorta di acrobazia; riesco a fingermi morto ed a prendere alla sprovvista ogni topo. Ma per la prima volta in vita mia sono stato sconfitto.”

A seguire il gatto tigrato disse: “Io ho allenato il mio Ki per moltissimi anni e ne vado molto fiero; riuscivo a gelare ogni topo con la mia sola presenza e tutte le mie tecniche erano naturali e non avevo bisogno di pensare prima di attaccare. Ma quel topo sembrava non avere forma e mi ha battuto”.

Ancora, il gatto grigio, tra i più anziani, aggiunse: “Io ho allenato il mio cuore invece del mio Ki; in questo modo non penso al combattimento in se, ma all’armonia della situazione; se il mio avversario è forte, io mi piego per contrastarlo, come una tenda afferra un sasso che gli è stato scagliato contro per poi farlo cadere a terra in modo quasi naturale. Ma contro quel topo il potere dell’armonia non ha avuto nessun effetto.”

Il Vecchio Gatto, nel frattempo rispose a ognuno dei tre dicendo: “L’addestramento basato unicamente sulla tecnica non è la strada corretta; anche le tecniche migliori, senza principi profondi, ad un certo punto smettono di essere efficaci perché è il corpo stesso a porre dei limiti.”, “Il Ki si basa sempre sull’utilizzo della mente e quindi sulla fiducia che uno ha in se stesso. Per quanto sia forte, troverai sempre qualcuno con un Ki più forte del tuo, ed un topo messo in un angolo ed accerchiato dimentica tutto, corpo e mente, e questa diventa la sua forza.”, “La tua armonia è pur sempre una raffigurazione della tua mente, ed è diversa dall’armonia della natura. Ogni pensiero cosciente spezza l’equilibrio, che va trovato unicamente seguendo la via della natura, nient’altro.”

A quel punto Shoken, che aveva origliato per tutto il tempo, uscii allo scoperto e chiese al Vecchio Gatto di insegnarli i suoi segreti, perché nonostante il suo lungo addestramento nell’arte della spada, ancora non aveva colto la sua essenza.

Il Gatto rispose: “Non posso. Io sono solo un animale che caccia topi per mangiarli. Non so nulla delle vicissitudini umane. Però posso dirti una cosa: l’arte di utilizzare una spada in combattimento non è solo questione di vincere contro un avversario, è l’arte di illuminare la vita o la morte. Quando i pensieri e i dubbi irrompono nella tua mente, si perde luminosità spirituale e si cade verso la morte. Come puoi dunque sperare di affrontare un avversario in questo stato? Anche se dovessi vincere, sarebbe una vittoria superficiale e non la vera Via della Spada. Ricorda: Quando sei illuso, la tua stessa mente diventa il tuo nemico.”, “Ora lasciatemi andare; un maestro può trasmettere tecniche e insegnamenti, ma la verità deve essere realizzata individualmente.”

La storia in realtà è più strutturata e lunga, qui ho cercato di fare un sunto per non dilungarmi troppo 🙂

 

Il santuario Kotohira ed i suoi Komaneko

In quella che una volta era la città di Mineyama, oggi integrata nella città di Kyōtango, nelle prefettura di Kyoto, esiste un santuario molto particolare; si dice che sia l’unico in tutto il Giappone ad avere come guardiani due Komaneko invece di due Komainu.

Komainu significa “cane coreano” ed è la raffigurazione di un cane-leone il cui compito è quello di proteggere il luogo su cui vengono messi a guardia. Il santuario Kotohira, invece, ha due statue di gatti come protettori, donate intorno al 1832 da commercianti di seta; una raffigura una mamma gatto che protegge con la zampa il suo cucciolo, l’altra un gatto seduto.

Komaneko al santuario Kotohira

Mineyama è una città che basa da sempre le sue attività sulla produzione di seta e l’allevamento di bachi da seta, i cui principali nemici sono i parassiti ed i ratti; e quale miglior difensore contro i topi se non un gatto! I komaneko sono quindi diventati parte della città, anche perché sorvegliano due diversi santuari che però sono uniti dallo stesso tetto, altra cosa molto particolare; sul lato sinistro risiede il kami dei tessitori mentre su quello destro il kami della sicurezza stradale.

 

La scaramanzia verso la morte dei gatti

In Giappone c’è una certa scaramanzia che varia da regione a regione quando si parla della morte dei gatti; essendo creature magiche, la loro uccisione è un qualcosa che fa molta paura, anche perché chi uccide un gatto (volontariamente o involontariamente) avrà una maledizione che si diramerà per 7 generazioni.

A Okinawa, per prevenire questa maledizione, è necessario seppellire il cadavere del gatto presso un incrocio dove confluiscono 3 o 4 strade, o ancora appenderlo ad un albero.

Ad Akita, quando un gatto muore (ma anche un cane), per evitare che il suo spirito venga a cercarti, bisogna sputare sul suo cadavere tre volte quindi camminargli intorno per tre volte, così da scacciare la sfortuna; alternativamente, è anche possibile lasciare il suo corpo in una foresta di bambù.

Sulle isole Ryūkyū, se per caso investi un gatto con l’auto, quell’auto sarà posseduta dallo spirito del gatto, tranne se il corpo di quest’ultimo verrà sepolto ai margini della città insieme da una ciotola di riso cotto, sale e pasta di fagioli.

Tutto un po’ macabro, ma dopotutto stiamo parlando di credenze popolari nate secoli fa.

 

I gatti nella cultura moderna giapponese

Nella cultura degli ultimi decenni, i gatti oltre che essere ottimi compagni di vita, sono un qualcosa che fa abbastanza parte della quotidianità giapponese.

Ne sono un esempio la grande quantità di personaggi “gatto” che è possibile trovare in tantissimi Manga e Anime, a volte protagonisti della storia, altre come personaggi accessori o secondari, altre ancora utilizzati come “caratteristica” di personaggi umani, ma comunque molto presenti:

  • Doraemon (ドラえもん), ad esempio, è un robot dalla forma di gatto;
  • Luna (ルナ), Artemis (アルテミス) e Diana (ダイアナ) sono tra i protagonisti felini di Sailor Moon;
  • Strawberry Momomiya è la protagonista di Tokyo MewMew, il cui DNA è in parte quello di un gatto selvatico di Iriomote (tra l’altro in via di estinzione);
  • Kirara, di Inuyasha, ed Espeon, dei Pokemon, sono entrambe nekomata;
  • Jiji (ジジ), il gatto nero di “Kiki – Consegne a domicilio” dello Studio Ghibli, è il migliore amico di Kiki; senza dimenticare il “Gattobus” (ネコバス) de “Il mio vicino Totoro”;
  • Torakiki e Micia (Kyatto in giapponese) sono i gatti coprotagonisti di Hello! Spank;
  • Kuroneko-sama, è il gatto nero che compare in ogni episodio di Trigun

Nekomata e Banekomo negli anime giapponesi

Ma la lista sarebbe veramente lunga…

Per chi non possa tenere un proprio gatto in casa, sia per la poca presenza sia perché numerosi condomini in Giappone vietano di avere animali domestici nei propri appartamenti, esistono i Neko Cafè (猫カフェ), ovvero dei locali, più che altro dei bar dall’apparenza di una grande salotto, dove gli avventori possono bere e mangiare qualcosa (a volte unicamente da distributori automatici) e trascorrere del tempo con i gatti, che vivono le loro giornate come fossero gatti d’appartamento. La tariffa è solitamente oraria e non include le consumazioni.

Esistono poi i gatti “mascotte”, reali o di fantasia. Hello Kitty, ad esempio, è probabilmente il gatto mascotte più famoso del Giappone; inventato nel 1974 da Yuko Shimizu, e prodotto dalla Sanrio, è un gatto bianco con un fiocco rosso sull’orecchio sinistro il cui merchandising non ha quasi limiti.

Nella cittadina di Kinokawa, prefettura di Wakayama, dal 2007 il capostazione della stazione di Kishi, sulla linea Kishigawa, è Tama, un gatto. Tama è riuscito a ridare vita ad una linea ferroviaria oramai quasi in disuso e vicina al fallimento, grazie alla sua presenza che ha attirato numerosissimi turisti e dato vita alla nuova stazione con una forma che ricorda un gatto ed a vari treni tematizzati, tra cui il treno a tema “gatto”, che percorrono l’intera linea. Oggi, dopo la morte di Tama nel 2015, le redini di capostazione sono passati al suo allievo prediletto, Nitama 🙂

A Yugawara, invece, nella prefettura di Kanagawa, è stato aperto un “Neko Ryokan”; qui è possibile prenotare una stanza, come in un normalissimo albergo, e trascorrere il tempo che si vuole con uno dei gatti della struttura. In realtà, in origine, questo ryokan era un neko cafè, che poi sembra abbia deciso di cambiare pelle a seguito delle richieste dei suoi visitatori che volevano trascorrere più tempo con i loro amati felini.

In conclusione, ultimo ma non meno importante, il Maneki Neko è uno dei portafortuna giapponesi più conosciuti al mondo; la parola “maneki neko” (招き猫) può essere tradotta come “gatto che chiama” ed è la raffigurazione di un gatto con la zampa alzata (sinistra, destra o entrambe) che chiama a se chi lo osserva, portando varie tipologie di fortuna al suo possessore. Una delle leggende nacque al tempio Gotokuji di Tokyo, facendo diffondere i maneki neko sempre più fino a diventare, ai giorni nostri, un classico della cultura giapponese. L’argomento, però, è abbastanza vario per cui ne parlerò approfonditamente in un articolo ad-hoc 🙂

Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^