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Gatti nella cultura e folklore giapponese

Neko: I gatti nel folklore e nella cultura giapponese

La parola giapponese per gatto è Neko, scritta con il kanji 猫. Sembra che il gatto sia arrivato in Giappone dalla Cina, quasi sicuramente intorno all’anno 538 d.C. insieme al buddismo; sembra infatti che i monaci, per tenere al sicuro i manoscritti buddisti dai topi, avessero sempre almeno un gatto nei templi.

La prima registrazione ufficiale in cui si parla di un gatto è quella riportata sul diario dell’imperatore Uda, che governò il Giappone tra il 887 ed il 897 d.C., in cui si dice che avesse un gatto di colore nero. Invece, il primo nome di gatto, registrato su un documento ufficiale, è stato “Myobu no Otodo”; questo era il gatto dell’imperatore Ichijo (980 – 1011), e si racconta che al suo servizio (del gatto) ci fosse un’intera corte di donne, il cui compito era nutrirlo e prendersene cura.

Ma il buddismo, oltre ad importare i gatti come animali “mangia-topi” e come animali domestici, portò in Giappone anche varie leggende e superstizioni legate a questo animale. Va ricordato, infatti, che quando Buddha morì, tutti gli animali si riunirono intorno a lui e piansero, ad eccezione del serpente velenoso e del gatto… ora, qualcuno dice che il gatto sapesse già dell’immortalità di Buddha, quindi nella sua saggezza piangere non avrebbe avuto senso, altri dicono che il gatto stette in disparte perché aveva un animo malvagio (o semplicemente menefreghista 🙂 ).

In ogni caso, nel corso dei secoli, in Giappone si sono tramandate molte leggende sui gatti, alcune parlavano delle loro malvagità e della loro capacità di mutare forma, altre delle loro capacità soprannaturali, altre della loro intelligenza e saggezza.

Ad esempio, i marinai giapponesi utilizzavano i gatti, preferibilmente quelli pezzati con 3 colori differenti, per la loro abilità di far restare le anime delle persone morte in mare negli abissi più profondi. Infatti, si dice che le creste delle onde altro non siano che le mani delle persone morte nelle acque del mare, che tentano di aggrapparsi alle navi per tornare in superficie; ma i gatti, con la loro sola presenza, riescono a tenerle distanti ed a non farle tornare in superfice.

Vediamo ora quali sono i tre yokai dalla forma di gatto più conosciuti della mitologia giapponese e quali sono altre storie e curiosità della cultura giapponese che hanno come protagonisti i neko.

 

Bakeneko

Il Bakeneko è uno yōkai ed il suo nome significa “gatto mostruoso”, scritto 化け猫. Quando un gatto, non importa che sia randagio o domestico, supera una certa età oppure le sue dimensioni diventano molto grandi, tende a trasformarsi in una creatura soprannaturale, con poteri magici e con la facoltà di cambiare forma e aspetto, così come fanno i Tanuki e le Kitsune.

Bakeneko, i gatti yokai giapponesi

Inizia a camminare stando sulle zampe posteriori e più gli anni passano più diventa grande, fino ad arrivare alle dimensioni di un essere umano. Possono divorare una persona per prenderne le sembianze e mangiare cose che superano di molto le loro dimensioni; sono capaci di evocare sfere di fuoco e di appiccare incendi con la loro coda oltre che resuscitare i cadaveri appena morti per trasformarli in una sorta di zombie “alle loro dipendente”.

Inoltre, si dice che quando un gatto è vicino a trasformarsi in bakeneko, la sua coda inizi ad allungarsi di molto; una credenza che portò sempre più spesso al taglio della coda dei gatti oltre che contribuire all’allevamento più massiccio del Bobtail giapponese, una razza felina quasi completamente priva di coda. Si racconta anche che, visto che con l’avanzare dell’età i gatti tendono a diventare bakeneko, prima di allevare un gatto, il suo “proprietario” decidesse in anticipo fino a che età lo avrebbe tenuto.

Una classica raffigurazione di bakeneko è quella mentre indossa un asciugamano bianca arrotolata sulla fronte mentre balla e danza.

Sembrerebbe che la nascita della credenza dei bakeneko possa essere fatta risalire al periodo Kamakura; ma fu durante Edo che questa si affermò, quando i gatti più affamati erano propensi a leccate l’olio delle lampade, solitamente ottenuto dalle sardine; da lontano, al buio, l’aspetto di un gatto in piedi (appoggiato al palo che sorreggeva la lampada) con il viso illuminato e gli occhi che riflettevano tale luce poteva sicuramente far immaginare uno strano essere sovrannaturale.

Tra le leggende che riguardano i bakeneko, vi è quella sulle prostitute gatto di Yoshiwara, il quartiere del piacere della città di Edo, l’attuale Tokyo. Si racconta di un samurai che, dopo essere stato a letto con una famosa cortigiana, si addormentò vicino a lei. Nel bel mezzo della notte il samurai si svegliò dopo aver sentito degli strani rumori provenienti da un angolo della stanza; le flebili luci della lanterna gli mostrarono la cortigiana inginocchiata ed incurvata mentre mangiava voracemente del pesce andato a male e proiettava sui muri l’ombra di uno strano gatto. In quel momento il samurai capì di non essere andato a letto con una cortigiana, ma con una prostituta bakeneko.

Nel caso il bakeneko cambi il proprio aspetto, trasformandosi in una donna, prende il nome di “nekomusume” che può essere tradotto come “ragazza gatto” o “figlia gatto”. Tutt’oggi è molto in voga travestirsi da ragazza gatto durante i cosplay o semplicemente indossando delle finte orecchie da gatto 🙂

Un’altra leggenda narra di un uomo di nome Takasu Genbei che un giorno non riuscì più a trovare il suo gatto domestico; nello stesso periodo sua madre cambiò i suoi modi di fare: mangiava in solitudine nella propria stanza e non voleva avere più contatto con gli altri familiari; La famiglia, preoccupata ed indispettita, decise di spiarla mentre si trovava nella sua camera: videro che la donna aveva le sembianze di un mostro dalla forma di gatto e che si stava nutrendo di una carcassa di animale.

A quella vista Takasu realizzò che quella non era sua madre e la uccise; il giorno dopo il corpo di quel mostro si trasformò nel corpo del suo vecchio gatto domestico; inoltre, dopo aver rimosso i listelli di legno dal pavimento, Takasu scopri che sotto si trovava lo scheletro di sua madre, con le ossa bianche e completamente ripulite da ogni sorta di carne.

Ancora, lungo la linea della metropolitana di Yokohama, alla fermata di Odoriba, è presente una lapite commemorativa per pacificare lo spirito di un bakeneko. Molti anni fa, infatti, nei pressi di quel luogo esisteva un negozio di salsa di soia dove spesso, di notte, scomparivano i tovaglioli; una notte, il proprietario del negozio uscì, e nel camminare sentì una strana musica provenire da un luogo dove in quel momento non sarebbe dovuto esserci nessuno; andò a controllare e vide svariati gatti che ammiravano le danze del suo gatto domestico mentre indossava uno dei suoi tovaglioli bianchi sulla fronte. Il posto dove il gatto danzava prese il nome di Odoriba, ovvero “luogo danzante”.

L’ultima leggenda che voglio citare è quella associata al santuario Ōmatsu Daigongen, nella prefettura di Tokushima. All’inizio del periodo Edo, il capo della comunità del villaggio di Kamo, chiese dei soldi in prestito ad un ricco signore per cercare di salvare il suo villaggio quando i raccolti andarono male e offrì come garanzie le sue terre. Nonostante saldò puntualmente il suo debito, quel ricco signore lo accusò di non averlo pagato; poco dopo il capo villaggio mori per una malattia e quindi perse le sue terre visto il pignoramento ancora in atto.

Omatsu, la vedova del capo villaggio, sporse denuncia ma il magistrato fu corrotto e gli diete torto; a quel punto Omatsu andò a lamentarsi direttamente dal daimyo, che però non ne fu contento, e la fece giustiziare. In quel momento il suo gatto domestico rimase solo e divenne un Bakeneko (un gatto può trasformarsi anche se è molto affezionato al suo padrone, e quest’ultimo viene a mancare) per portare rovina alla famiglia del ricco signore che aveva fatto tutto quel male.

Nel santuario Ōmatsu Daigongen è stata divinizzata Omatsu, per aver sacrificato la sua vita al fine di raggiungere la giustizia, insieme al suo gatto che ha preso il nome di “Neko-tsuka” per averla aiutata nella vendetta contro l’ingiustizia. Oggi, nel santuario si dice siano presenti più di 10 milioni di statue di gatti fortunati.

 

Nekomata

I Nekomata sono degli yōkai ed hanno la stessa origine dei bakeneko, con cui molto spesso vengono scambiati, ma presentano alcune sostanziali differenze: i nekomata hanno una due code (oppure una coda biforcuta), sono molto più grandi dei bakeneko, parlano molto più fluente la lingua umana ed hanno fortissimi poteri di negromanzia ma soprattutto, sono sempre ostili e malvagi verso gli esseri umani, senza nessuna eccezione.

Nekomata, i gatti yokai giapponesi

Sono stati citati per la prima volta durante il periodo Kamakura, ma senza l’accezione di creature soprannaturali, piuttosto come grandi animali selvatici che uccidevano gli uomini che si addentravano troppo in profondità nelle montagne. Fu a metà del periodo Edo che questo yokai iniziò ad essere raccontato ed immaginato come una creatura sempre più grande, maligna e con la coda biforcuta.

Esistono tre diversi modi di scrivere la parola Nekomata, anche se la pronuncia è sempre la stessa. La più antica è猫また con il primo kanji che significa “gatto” e la parola “mata” in hiragana a seguire; 猫股 che aggiunge al kanji di gatto quello di “biforcuto”, con ovvio riferimento alla coda; l’ultimo e oggi più utilizzato è 猫又, che al kanji di gatto aggiunge quello che può essere tradotto come “di nuovo”, probabilmente nel senso di “nuova vita del gatto”, vista la sua trasformazione, o di “nuova coda del gatto”.

Nella prefettura di Toyama esiste anche la Nekomatayama (la montagna Nekomata) dove si racconta che in epoche passate vivessero moltissimi esseri sovrannaturali dalla forma felina che si trasformavano in essere umani per ingannare ed attirare a se le persone, così da poterli divorare; alcuni fanno riferimento a questa montagna come origine del nome dei gatti yokai.

Una delle legende più conosciute sui nekomata è tratta dal libro “Yamato Kaiiki” del 1708. Si racconta che nella casa di un ricco samurai si verificassero molti eventi sovrannaturali e che furono chiamati molti sacerdoti e sciamani per cercare la fonte di questi eventi, ma nessuno riuscì a trarre conclusioni; una sera, per caso, uno dei servitori più fedeli del samurai vide il vecchio gatto domestico con in bocca uno shikigami (traducibile come “spirito servitore”, una specie di famiglio evocabile con un onmyōji) con impresso su di esso il nome del suo padrone; immediatamente il servo scagliò una freccia sacra verso la testa del gatto, uccidendolo; una volta steso a terra, notarono che il gatto aveva 2 code e capirono che era lui, in quanto nekomata, a portare scompiglio nella residenza (chissà se il gatto avesse solo trovato quello shikigami e non ne fosse stato il proprietario).

 

Kasha

L’ultimo yokai di cui voglio raccontarvi è il Kasha, il cui nome scritto 火車 significa “carro che brucia”. Inizialmente erano visti come Oni o messaggeri “infernali” con il compito di portare i cadaveri delle persone che sono state malvagie in vita nelle tenebre, utilizzando il loro carro infuocato. Col tempo le loro fattezze sono cambiate, diventando una versione particolare di bakeneko che mostra la sua vera essenza durante i riti funebri in quanto ruba i cadaveri per mangiarli o trasformarli in sui fantocci.

Kasha, i gatti yokai giapponesi

Siccome una volta che un kasha ha preso con se un cadavere diventa impossibile recuperarlo, in molte zone del Giappone sono state escogitate alcune tecniche per evitare la sua apparizione o per trarlo in inganno. A Yamanashi, i monaci facevano due funerali, il primo mettendo dei sassi all’interno della bara, il secondo mettendoci il cadavere; in questo modo lo yokai avrebbe rubato i sassi; a Miyazaki, prima di iniziare il rito funebre, i monaci cantano “baku ni wa kuwasen, kasha ni wa kuwasen” ovvero “non essere mangiato da un baku, non essere mangiato da un kasha”; a Ehime veniva posto un rasoio sulla cima della bara così da impedire al kasha di rubare il corpo.

Nella letteratura classica giapponese è possibile trovare alcuni riferimenti ai kasha; ad esempio, nel “Bōsō Manroku” si narra che durante alcuni funerali, improvvisamente iniziasse a piovere ed a soffiare un forte vento, così imponente da far volare via la bara e far perdere ogni traccia del cadavere; in realtà quella era la norma con cui lo yokai, arrivando dall’inferno, si manifestava.

 

Neko no Myojutsu ed il “Vecchio Gatto”

Neko no Myojutsu è parte della raccolta di saggi intitolata “Inaka Soshi” (traducibile come “Il taoista contadino”), scritta nel 1727 da Issai Chozan, soprannome di un samurai appartenente allo Sekiyado-han, uno dei feudi dello shogunato Tokugawa durante il periodo Edo.

E’ uno dei testi più popolari sulle arti marziali, ed è studiato ancora oggi; la storia al suo interno racconta di uno spadaccino di nome Shōken, la cui casa era stata presa di mira da un topo enorme che vagava liberamente al suo interno senza remore o paura, sia di notte che di giorno.

Il suo gatto domestico non riusciva a catturarlo, anzi era impaurito da questo topo, ed ogni volta che lo vedeva fuggiva spaventato. Anche i gatti dei vicini non riuscivano in nessun modo a prenderlo. Allora lo spadaccino provò a liberare in casa alcune puzzole selvatiche; queste accerchiarono il topo e lo attaccarono, ma in poco tempo furono tutte sconfitte.

A questo punto Shoken decise che avrebbe fatto da se, utilizzando la sua spada e la sua abilità, ma nulla, il topo si sbeffeggiava dei suoi attacchi saltando a destra e a sinistra e schivando ogni colpo che il samurai tentava di infliggergli.

L’ultima possibilità fu quella di chiedere aiuto al “Vecchio Gatto” che viveva cinque città più in là della dimora di Shoken. Al suo arrivo, il samurai restò perplesso dall’aspetto del gatto: era anziano e simile a tutti gli altri gatti, nonostante la sua fama; nonostante ciò decise di lasciarlo provare.

Il Vecchio Gatto entrò nella stanza dove girovagava il topo, lo vide e si fermò a guardarlo per un istante; il topo si irrigidì smettendo di muoversi, a questo punto il gatto si avvicinò con naturalezza, lo prese per il collo e lo portò fuori esibendolo al proprietario di casa.

Quella sera stessa, tutti gli altri gatti andarono a fare i loro complimenti al Vecchio Gatto e gli chiesero di insegnare loro le sue tecniche e la sua arte, perché nonostante la loro bravura riconosciuta nel catturare topi, non erano riusciti neanche ad avvicinarsi a quel topo gigante.

A quelle richieste, l’anziano gatto fece una piccola risata e poi chiese ai presenti di raccontargli quale fosse il loro addestramento.

Il gatto nero rispose: “A me stato insegnato ad infilarmi in buchi strettissimi, a saltare fino a 2 metri ed a compiere ogni sorta di acrobazia; riesco a fingermi morto ed a prendere alla sprovvista ogni topo. Ma per la prima volta in vita mia sono stato sconfitto.”

A seguire il gatto tigrato disse: “Io ho allenato il mio Ki per moltissimi anni e ne vado molto fiero; riuscivo a gelare ogni topo con la mia sola presenza e tutte le mie tecniche erano naturali e non avevo bisogno di pensare prima di attaccare. Ma quel topo sembrava non avere forma e mi ha battuto”.

Ancora, il gatto grigio, tra i più anziani, aggiunse: “Io ho allenato il mio cuore invece del mio Ki; in questo modo non penso al combattimento in se, ma all’armonia della situazione; se il mio avversario è forte, io mi piego per contrastarlo, come una tenda afferra un sasso che gli è stato scagliato contro per poi farlo cadere a terra in modo quasi naturale. Ma contro quel topo il potere dell’armonia non ha avuto nessun effetto.”

Il Vecchio Gatto, nel frattempo rispose a ognuno dei tre dicendo: “L’addestramento basato unicamente sulla tecnica non è la strada corretta; anche le tecniche migliori, senza principi profondi, ad un certo punto smettono di essere efficaci perché è il corpo stesso a porre dei limiti.”, “Il Ki si basa sempre sull’utilizzo della mente e quindi sulla fiducia che uno ha in se stesso. Per quanto sia forte, troverai sempre qualcuno con un Ki più forte del tuo, ed un topo messo in un angolo ed accerchiato dimentica tutto, corpo e mente, e questa diventa la sua forza.”, “La tua armonia è pur sempre una raffigurazione della tua mente, ed è diversa dall’armonia della natura. Ogni pensiero cosciente spezza l’equilibrio, che va trovato unicamente seguendo la via della natura, nient’altro.”

A quel punto Shoken, che aveva origliato per tutto il tempo, uscii allo scoperto e chiese al Vecchio Gatto di insegnarli i suoi segreti, perché nonostante il suo lungo addestramento nell’arte della spada, ancora non aveva colto la sua essenza.

Il Gatto rispose: “Non posso. Io sono solo un animale che caccia topi per mangiarli. Non so nulla delle vicissitudini umane. Però posso dirti una cosa: l’arte di utilizzare una spada in combattimento non è solo questione di vincere contro un avversario, è l’arte di illuminare la vita o la morte. Quando i pensieri e i dubbi irrompono nella tua mente, si perde luminosità spirituale e si cade verso la morte. Come puoi dunque sperare di affrontare un avversario in questo stato? Anche se dovessi vincere, sarebbe una vittoria superficiale e non la vera Via della Spada. Ricorda: Quando sei illuso, la tua stessa mente diventa il tuo nemico.”, “Ora lasciatemi andare; un maestro può trasmettere tecniche e insegnamenti, ma la verità deve essere realizzata individualmente.”

La storia in realtà è più strutturata e lunga, qui ho cercato di fare un sunto per non dilungarmi troppo 🙂

 

Il santuario Kotohira ed i suoi Komaneko

In quella che una volta era la città di Mineyama, oggi integrata nella città di Kyōtango, nelle prefettura di Kyoto, esiste un santuario molto particolare; si dice che sia l’unico in tutto il Giappone ad avere come guardiani due Komaneko invece di due Komainu.

Komainu significa “cane coreano” ed è la raffigurazione di un cane-leone il cui compito è quello di proteggere il luogo su cui vengono messi a guardia. Il santuario Kotohira, invece, ha due statue di gatti come protettori, donate intorno al 1832 da commercianti di seta; una raffigura una mamma gatto che protegge con la zampa il suo cucciolo, l’altra un gatto seduto.

Komaneko al santuario Kotohira

Mineyama è una città che basa da sempre le sue attività sulla produzione di seta e l’allevamento di bachi da seta, i cui principali nemici sono i parassiti ed i ratti; e quale miglior difensore contro i topi se non un gatto! I komaneko sono quindi diventati parte della città, anche perché sorvegliano due diversi santuari che però sono uniti dallo stesso tetto, altra cosa molto particolare; sul lato sinistro risiede il kami dei tessitori mentre su quello destro il kami della sicurezza stradale.

 

La scaramanzia verso la morte dei gatti

In Giappone c’è una certa scaramanzia che varia da regione a regione quando si parla della morte dei gatti; essendo creature magiche, la loro uccisione è un qualcosa che fa molta paura, anche perché chi uccide un gatto (volontariamente o involontariamente) avrà una maledizione che si diramerà per 7 generazioni.

A Okinawa, per prevenire questa maledizione, è necessario seppellire il cadavere del gatto presso un incrocio dove confluiscono 3 o 4 strade, o ancora appenderlo ad un albero.

Ad Akita, quando un gatto muore (ma anche un cane), per evitare che il suo spirito venga a cercarti, bisogna sputare sul suo cadavere tre volte quindi camminargli intorno per tre volte, così da scacciare la sfortuna; alternativamente, è anche possibile lasciare il suo corpo in una foresta di bambù.

Sulle isole Ryūkyū, se per caso investi un gatto con l’auto, quell’auto sarà posseduta dallo spirito del gatto, tranne se il corpo di quest’ultimo verrà sepolto ai margini della città insieme da una ciotola di riso cotto, sale e pasta di fagioli.

Tutto un po’ macabro, ma dopotutto stiamo parlando di credenze popolari nate secoli fa.

 

I gatti nella cultura moderna giapponese

Nella cultura degli ultimi decenni, i gatti oltre che essere ottimi compagni di vita, sono un qualcosa che fa abbastanza parte della quotidianità giapponese.

Ne sono un esempio la grande quantità di personaggi “gatto” che è possibile trovare in tantissimi Manga e Anime, a volte protagonisti della storia, altre come personaggi accessori o secondari, altre ancora utilizzati come “caratteristica” di personaggi umani, ma comunque molto presenti:

  • Doraemon (ドラえもん), ad esempio, è un robot dalla forma di gatto;
  • Luna (ルナ), Artemis (アルテミス) e Diana (ダイアナ) sono tra i protagonisti felini di Sailor Moon;
  • Strawberry Momomiya è la protagonista di Tokyo MewMew, il cui DNA è in parte quello di un gatto selvatico di Iriomote (tra l’altro in via di estinzione);
  • Kirara, di Inuyasha, ed Espeon, dei Pokemon, sono entrambe nekomata;
  • Jiji (ジジ), il gatto nero di “Kiki – Consegne a domicilio” dello Studio Ghibli, è il migliore amico di Kiki; senza dimenticare il “Gattobus” (ネコバス) de “Il mio vicino Totoro”;
  • Torakiki e Micia (Kyatto in giapponese) sono i gatti coprotagonisti di Hello! Spank;
  • Kuroneko-sama, è il gatto nero che compare in ogni episodio di Trigun

Nekomata e Banekomo negli anime giapponesi

Ma la lista sarebbe veramente lunga…

Per chi non possa tenere un proprio gatto in casa, sia per la poca presenza sia perché numerosi condomini in Giappone vietano di avere animali domestici nei propri appartamenti, esistono i Neko Cafè (猫カフェ), ovvero dei locali, più che altro dei bar dall’apparenza di una grande salotto, dove gli avventori possono bere e mangiare qualcosa (a volte unicamente da distributori automatici) e trascorrere del tempo con i gatti, che vivono le loro giornate come fossero gatti d’appartamento. La tariffa è solitamente oraria e non include le consumazioni.

Esistono poi i gatti “mascotte”, reali o di fantasia. Hello Kitty, ad esempio, è probabilmente il gatto mascotte più famoso del Giappone; inventato nel 1974 da Yuko Shimizu, e prodotto dalla Sanrio, è un gatto bianco con un fiocco rosso sull’orecchio sinistro il cui merchandising non ha quasi limiti.

Nella cittadina di Kinokawa, prefettura di Wakayama, dal 2007 il capostazione della stazione di Kishi, sulla linea Kishigawa, è Tama, un gatto. Tama è riuscito a ridare vita ad una linea ferroviaria oramai quasi in disuso e vicina al fallimento, grazie alla sua presenza che ha attirato numerosissimi turisti e dato vita alla nuova stazione con una forma che ricorda un gatto ed a vari treni tematizzati, tra cui il treno a tema “gatto”, che percorrono l’intera linea. Oggi, dopo la morte di Tama nel 2015, le redini di capostazione sono passati al suo allievo prediletto, Nitama 🙂

A Yugawara, invece, nella prefettura di Kanagawa, è stato aperto un “Neko Ryokan”; qui è possibile prenotare una stanza, come in un normalissimo albergo, e trascorrere il tempo che si vuole con uno dei gatti della struttura. In realtà, in origine, questo ryokan era un neko cafè, che poi sembra abbia deciso di cambiare pelle a seguito delle richieste dei suoi visitatori che volevano trascorrere più tempo con i loro amati felini.

In conclusione, ultimo ma non meno importante, il Maneki Neko è uno dei portafortuna giapponesi più conosciuti al mondo; la parola “maneki neko” (招き猫) può essere tradotta come “gatto che chiama” ed è la raffigurazione di un gatto con la zampa alzata (sinistra, destra o entrambe) che chiama a se chi lo osserva, portando varie tipologie di fortuna al suo possessore. Una delle leggende nacque al tempio Gotokuji di Tokyo, facendo diffondere i maneki neko sempre più fino a diventare, ai giorni nostri, un classico della cultura giapponese. L’argomento, però, è abbastanza vario per cui ne parlerò approfonditamente in un articolo ad-hoc 🙂

Fabrizio Chiagano
Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^

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