Maschere giapponesi

Maschere giapponesi

In Giappone le maschere sono elementi caratterizzanti per vari eventi; le più famose e conosciute sono sicuramente quelle usate negli spettacoli del Teatro Noh, ma esistono anche maschere utilizzate, oggi o in passato, durante dance tradizionali, battaglie, guerre, riti religiosi o festività popolari.

 

Le maschere del Gigaku

Le prime maschere giapponesi conosciute sono quelle utilizzate nel genere teatrale chiamato Gigaku o Kuregaku, risalenti al VII secolo; gli spettacoli erano eseguiti all’aperto ed erano composti da una danza in maschera accompagnata da musica suonata con tre strumenti: flauto, shōban (tipo gong) e yoko (piccolo tamburo).

Le maschere giapponesi del Gigaku

Il Gigaku fu importato in Giappone dalla Cina da un musicista coreano di nome Mimashi nel 612 e questa si legò subito con il buddismo diventando parte ufficiale della liturgia ed entrando a far parte dei più importanti templi dell’epoca; rimase in voga per vari secoli fino a scomparire totalmente nel XIV secolo.

Le maschere del Gigaku coprivano totalmente il viso e parte della testa, non avevano parti mobili ed erano molto “esasperate”; erano incise principalmente da scultori buddisti ed ebbero il loro clou nel periodo Nara (710–784). In uno spettacolo le maschere che si alternavano erano sempre 14 e rappresentavano:

Chidō (治道) il capo processione; Shishi (師子) il leone; Shishiko (師子児) i domatori di leoni, solitamente due; Gokō (呉公) il Signore di Wu; Kongō (金剛) Vajrayakṣa, uno dei cinque re della saggezza; Karura (迦楼羅) Garuḍa, il leggendario re degli uccelli; Kuron (崑崙) l’uomo nero, il lussurioso; Gojo (呉女) la donna di Wu; Rikishi (力士) il lottatore; Baramon (波羅門) i preti del Brāhmaṇa, testi in sanscrito riguardanti cerimonie sacrificali; Taikofu (太弧父) il vecchio vedovo; Taikoji (太弧児) il figlio del vecchio vedovo; Suikoō (酔胡王) il Re persiano ubriaco; Suikojū (酔胡従) i servitori del Re persiano ubriaco.

Le maschere di Kongō, con la bocca aperta, e di Rikishi, con la bocca chiusa si dice siano gli antenati delle espressioni delle due statue Niō che è possibile trovare nei portali di ingresso di svariati templi buddisti; mentre la maschera di Chidō è ritenuta la maschera che ha dato origine alle successive maschere tengu.

 

Le maschere del Bugaku

Il Bugaku è una serie di danze tradizionali giapponesi eseguite alla corte imperiale a partire dal VII secolo d.C., durante il periodo Heian, e derivante da altre forme di danza provenienti da India, Cina e Corea; incorpora sia aspetti del buddismo che dello shintoismo e tutt’oggi è ancora praticata, anche se fino alla seconda guerra mondiale era rimasta segregata nei palazzi imperiali.

Le maschere giapponesi del Bugaku

Le danze hanno movimenti lenti e formali che seguono coreografie geometriche eseguite con braccia, mani e piedi ed il tutto è accompagnato dall’utilizzo di maschere; queste erano realizzate o in legno o con una miscela di resina e segatura che veniva poi versata in uno stampo. Hanno molto spesso parti mobili, solitamente sono laccate e sono molto più leggere, piccole e meno appariscenti delle già citate maschere del Gigaku.

Uno dei set di maschere più famoso è quello delle “Dodici Deva” che rappresentano gli esseri divini che presiedono le otto direzioni oltre al cielo, la terra, il sole e la luna. Al momento sette di queste maschere sono ospitate nel Museo Nazionale di Kyoto dopo che sono state spostate dal Tempio Toji, mentre si ritiene che altre due siano ospitate nel Museo di Honolulu.

 

Le maschere del Teatro Noh

Il teatro Noh si è sviluppato in Giappone durante il periodo Muromachi (1336-1573) ed è caratterizzato da movimenti lenti e ridoti all’essenziale, è cantato su testi poetici che ricordano, per la composizione, i waka o gli haiku; ma il Noh è anche ampiamente caratterizzato dall’uso di maschere.

Le maschere Noh sono chiamate “noh-men” o “omote” ed oggi ne esistono più di 200 tipi diversi, sviluppatesi a partire dalle 60 esistenti molti secoli fa; sono leggermente più piccole del viso di chi le indossa così da far vedere il mento dell’attore oltre al fatto che hanno dei fori per gli occhi molto piccoli, rendendo la visuale di chi le indossa veramente difficoltosa; inoltre, vista l’inespressività, alcune sono costruite in modo tale che in base all’orientamento, inclinato verso il basso o verso l’alto, diano un effetto leggermente diverso allo spettatore.

La maschera più antica si pensa sia conservata nella scuola Noh più antica del Giappone, la Konparu. Le maschere principali del Teatro noh sono:

Hannya

Maschere giapponesi Hannya

La maschera Hannya è probabilmente la più conosciuta e la più evocativa, anche per chi non è un gran conoscitore del teatro Noh; rappresenta una donna gelosa, piena di rabbia e addolorata che si è trasformata in un Oni, un demone giapponese, raffigurato con due corna appuntite, occhi malinconici e dorai e denti sporgenti e affilati, anch’essi dorati; la parola “han’nya” ha origini sanscrite (indiane) è significa “saggezza” ma sembra che il nome di questa maschera sia da far risalire al monaco buddista che la realizzò: Hannya-bo.

E’ classificata come parte delle maschere Onryō che rappresentano gli spiriti, praticamente sempre femminili, che tornano nel mondo dei vivi per cercare vendetta, oltre ad essere considerata lo stadio subito prima di “Ja”, un demone ancora più animalesco.

La maschera di Hannya trae la sua origine da varie leggende come quella di Kiyohime, la donna che vedendosi rifiutare e trattate in malo modo dal suo amore, il monaco Anchin, cade in uno sconforto spropositato e si trasforma di un serpente sputa fuoco prima di ucciderlo.

Altra leggenda è quella del samurai Watanabe no Tsuna che viene ingannato da un Hannya dalle sembianze di una bellissima donna; questa gli chiede di scortarla a casa, ma nel tragitto il samurai capisce che la persona con lui altro non è che un demone, quindi prova a ucciderla ma riesce solamente a tagliarle un braccio, che poi porterà a casa con se… anni dopo l’Hannya si camufferà per andare a recuperare il suo braccio, conservato ancora a casa di Watanabe.

Questa maschera, nonostante la sua storia e la sua immagine, è comunque considerata un simbolo di buona fortuna perché allontana il male ed è un soggetto molto presente nei tatuaggi in stile giapponese.

Deigan

Maschera giapponese Deigan

La maschera deigan rappresenta una donna adulta, appartenente ad una famiglia di nobili o comunque di alto rango, che inizia a mostrare i primi segni di possessione o di trasformazione in un essere soprannaturale; ha gli occhi e i denti di color oro, la pelle bianca ed un’espressione al limite tra la sofferenza e la rabbia.

A secondo dell’opera Noh in cui viene usata, il personaggio che indossa la maschera Deigan può trasformarsi in un essere benevolo o in uno malvagio; inoltre questa è sempre quella che anticipa la maschera Hannya, proprio per le caratteristiche appena descritte.

E’ al limite da essere considerata una onnamen (maschera femminile) proprio perché, si ritrae un personaggio femminile, ma già sulla strada di trasformarsi in “qualche altra cosa”.

Onnamen

Maschere giapponesi Onnamen

Con il termine Onnanem si fa riferimento a tutte quelle maschere che rappresentano il volto di una donna e sono suddivisibili in tre categorie: fanciulle, adulte e anziane.

Quelle che ritraggono visi giovanili hanno un’espressione più ingenua, con sorrisi accennati, a volte guance lisce o piene, la fronte alta e le sopracciglia alte; alcune di queste maschere prendono il nome di koomote, fushikizou o magojirou; la maschera masugami, invece, simboleggia una giovane donna pazzoide o stramba o anche una divinità in estasi, soprattutto per via dei capelli leggermente arruffati e delle fossette accentuate sulle guance, sulla fronte e intorno al naso.

Le donne adulte, invece, sono rappresentate con volti più magri, palpebre calanti e labbra più sottili e quasi senza sorriso.

Le donne anziane, infine, hanno labbra che tendono verso il basso, rughe nelle guance e sulla fronte, occhi incavati e alcuni ciuffi di capelli bianchi; una specifica maschera, chiamata Uba, ha tratti gentili ed è utilizzata per personaggi secondari mentre tutte le altre sono sempre riferite ad uno specifico personaggio principale, come higakionna, roujo o komachi e rappresentano la il diverbio interiore di chi ha perso la giovinezza.

Kijinmen

Maschere giapponesi Kijinmen

Le Kijinmen raggruppano tutte quelle maschere che rappresentano divinità buddiste, spiriti di animali ed esseri sovrannaturali che hanno il compito di scacciare il male; hanno tutte espressioni molto esagerate, bulbi oculari profondi e incutono timore, bocche serrate o aperte e con la lingua e tutti i denti ben in mostra.

Prima dell’avvento del teatro Noh, queste stesse maschere erano utilizzare per esorcizzare gli esseri maligni, con l’idea che le loro espressioni cattive e di fierezza potessero metterli in soggezione ed impaurirli, così da mandarli via. Nel periodo Kamakura, invece, questa categorie di maschere fu raffinata per l’utilizzo nelle opere Noh.

Rientrano in questa categoria le maschere di fudou, oobeshimi (che rappresenta un tengu), shigami, kojishi, jya e altre, oltre alla volpe cinese “yakan” o al leone cinese “shishiguchi”.

La maschera Jya o Ja, il cui significato è “serpente”, identifica lo stato ultimo della trasformazione da essere umano a demone, e quindi l’ultima stato che segue Hannya che a sua volta segue Deigan.

Jōmen

Maschera giapponese Jomen del teatro Noh

Le Jomen sono tutte quelle maschere che ritraggono persone anziane e solitamente sono usate nella prima parte delle opere, quando il protagonista appare nella forma di anziano prima che nella seconda parte compaia nella sua vera forma di essere divino o un fantasma.

Quasi tutte queste maschere hanno l’aggiunta di setole per i capelli, la barba e/o i baffi, anche se alcune hanno i baffi dipinti; alcune di queste maschere sono sankō-jō (che raffigura un anziano popolano), hanakobu akujō (una divinità anziana con una protuberanza sul naso), koushi-jō (una divinità incarnata in un anziano signorile) e warai-jō (incarnazione di un mostro o uno spirito infernale in un anziano che sorride distintamente).

Otokomen

Maschera Okotomen

Le otokomen sono le maschere che raffigurano personaggi maschili; ne esistono di varie tipologie, sia per identificare status sociali diversi sia per indicare età diverse dei personaggi. I giovani hanno i capelli con un taglio a frangetta mentre i nobili hanno una linea netta poco sotto il bordo della fronte a simulare un cappello.

Le sopracciglia sono sottili e subito sopra gli occhi anche se per i ceti più alti, così come avviene per le maschere femminili, spesso sono disegnate per dare l’impressione di essere rasate e ridipinte più in alto; il colore del viso, rispetto al bianco di quelle femminili, è leggermente più rosato.

Tra le varie Otokomen, la maschera chūjō raffigura Ariwara no Narihira, un poeta del periodo Heian; dōji assomiglia molto ad una donna, ma in realtà rappresenta “l’eterna giovinezza” sotto forma di ragazzo puro e innocente; imawaka è utilizzata per i personaggi nobili ed ha un’espressione tranquilla e gentile.

 

Le maschere di Hyottoko e Okame

Hyottoko è una maschera che ritrae un buffo personaggio giapponese con la boccia inclinata di lato ed arricciata, come ad avere un senso di sorpresa; in realtà la forma della bocca vuole rappresentare il fatto che il personaggio fuma una pipa di bambù e la usa per sputare fuoco. Quasi sempre ha anche una sciarpa bianca a pois blu allacciata sulla fronte.

Le maschere di Hyottoko e Okame

Il suo nome, scritto con i kanji 火男, deriva dalla distorsione della pronuncia delle parole “fuoco” e “uomo”, a ricordare il motivo della sua espressione. Esistono un paio di storie che raccontano le origini di questa maschera: nel nord del Giappone Hyottoko è considerato il Dio del fuoco; nella prefettura di Iwate, invece, si narra che un ragazzo con una strana espressione in viso riuscisse a creare oro dal suo ombelico, il suo nome era Hyoutokusu.

La maschera di Okame, anche chiamata Otafuku, può essere ritenuta la versione femminile di Hyottoko; rappresenta una donna sorridente capace di portare felicità e fortuna a chiunque la sposi; è anche ritenuta la Dea della gioia.

Il nome Okame significa “tartaruga”, preceduta dalla “O” onorifica, simbolo di lunga vita, mentre il nome Otafuku significa “tanta buona fortuna”; alcuni ricercatori giapponesi ritengono che secoli fa il viso di Okame rappresentava l’idea generalizzata di bellezza femminile.

 

Le maschere dei samurai

Molti samurai indossavano una maschera durante le battaglie con il duplice scopo di protezione e di impaurire il loro avversario; la maschera faceva parte appieno dell’armatura ed era personalizzata al fine di rendere evidenti, in modo marcato, la personalità e l’importanza di chi la indossava; mostravano quasi tutte un ringhio, alcune con zanne che uscivano dalla bocca, baffi e sguardi demoniaci.

Maschere giapponesi dei Samurai

Dovendo essere, oltre che appariscenti, anche protettive, le maschere usate dai samurai erano realizzate in pelle o con lastre di metallo, laccate e tenute insieme da lacci di cuoio o di seta.

In base alla loro forma ed alla zona che proteggevano, possiamo identificare quattro tipologie di machere: le Somen coprivano tutto il viso; le Mempo coprivano la parte bassa del viso, dal mento a poco prima degli occhi; le Hanbo erano utilizzate per proteggere il mento e parte del collo; le Happuri davano riparo alla fronte ed alle guance.

Completavano la maschera gli elmi, anch’essi moto decorati e particolari, chiamati Kabuto.

 

Le maschere Namahage

Il Namahage è una tradizione giapponese, che oggi viene svolta nella penisola di Oga e nella parte nord dell’Honshu, come cerimonia per l’arrivo del nuovo anno; Gli uomini, solitamente giovani, si travestono da esseri demoniaci, indossano un vestito fatto di paglia ed una maschera raffigurante un demone inferocito.

Maschere Namahage

Portano un coltello da cucina (finto) in una mano ed un secchio in legno nell’altra e, girando in gruppi di due o tre casa per casa, esortano i bambini a comportarsi bene, sgridano le giovani mogli e portano benedizioni all’abitazione, ricevendo in cambio mochi.

Oggi i Namahage sono raffigurati come Oni, i demoni giapponesi, ma in passato erano considerati kami delle montagne, divinità shintoiste, che facevano visita ai villaggi o spiriti “stranieri” che portavano benedizioni per il nuovo anno.

Fabrizio Chiagano
Fabrizio Chiagano
Web Developer, UX e UI Designer. Abbastanza Nerd, appassionato di tecnologia, fotografia, cinema, documentari e marketing. Ovviamente, patito di anime, cucina e cultura Giapponese. Vivo a Milano ^_^

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